Posts Tagged ‘Angelino Alfano’

Randomize ((Trinariciuti) + (Tre volte) + (Tribordisti))

23 febbraio 2014
Un post zeppo di tre, però l’alternativa pare essere una sola.

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Peppone
Gino Cervi – Peppone in comizio

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La nave della Terza Repubblica sta salpando squilibrata.

La mia cara amica, nata e cresciuta a tribordo delle simpatie politiche, giusto ieri mi diceva: “Alfano non mi piace ma spero che riesca a raddrizzare questa situazione”.

Giuro che per un attimo, invece di Alfano (ero distratta), ho capito “Renzi”, poi mi è venuto il dubbio che avesse detto “Grillo” (certo, non Vendola, non Civati, né tantomeno Cuperlo).

Ma certo, aveva detto Alfano. Allora si augurava che solo la nave della destra venisse raddrizzata.

La capisco. In tempi come questi chi lotta quotidianamente per restare in piedi vorrebbe contare su un pavimento solido piuttosto che su delle travi marce. È tutto molto umano, e umano è il fatto che io e lei dopo più di trent’anni ancora ridiamo insieme, imitando l’ex delfino che, con le vene del collo ingrossate, rinnega tre volte, moltiplicato tre, B.: “Si è circondato di troppi idioti inutili! Da troppi inutili idioti! Troppi! Inutili! Idioti!” Alalà.

Solo che io, fin dall’altro secolo, sarei quella delle due cresciuta sul lato di babordo delle simpatie politiche. E non ho potuto non aggiungere, per quella mia mania di far quadrare i cerchi, che per me A. e B. hanno solo concordato una vecchia strategia: separare l’anima riformista da quella conservatrice, per poi riunirsi a elezioni avvenute, riportando in seno a un’unica destra i delusi di Grillo.

Meno male che io e lei abbiamo altri argomenti in comune su cui deviare le conversazioni. Questioni di vita, trattate in un linguaggio piano, materia fertile.

Tra i miei amici non ci sono molti letterati, alcuni non leggono né libri né giornali. Ce ne sono di quelli che a scuola dichiaravano di non interessarsi di politica, e su quella linea, poi, hanno proseguito. Credo, mi pare di capire dalle statistiche che circolano, che rappresentino la maggioranza degli italiani.

Ci sono rapporti di amicizia (a volte – ne conosco – anche relazioni sentimentali) che sanno prescindere dalle fedi, politiche o religiose. Legami che sostengono tra loro persone che, se non si conoscessero, incontrandosi su terreni favorevoli allo scontro, si sbranerebbero vive.

Si tratta comunque di punti a favore della speranza, isole solide sopra cui sostare a riprendere fiato prima di rituffarsi in mezzo ai flutti. Di questi tempi, ripeto, non è poco.

E se ho l’anima ormai forgiata per sempre da principi egualitari e da tutto ciò che un tempo poteva essere senza dubbio detto pensiero di sinistra, oggi non trovo alcuna forza politica a farmi da sponda. La stessa mescolanza che nella vita quotidiana spesso mi piace frequentare, che trovo vivifica e utile e piacevole, quella che è substrato indistinto e ineludibile della società italiana, in campo istituzionale non riesce a tradursi in spinta positiva per il cambiamento. La politica adotta sempre metodi da tifoserie calcistiche.

Ah, sì.

Io e la mia amica abbiamo fatto insieme il liceo classico. E quando penso a quegli anni riprendo a scrivere con un linguaggio quasi arcaico, definibile in ogni modo tranne che popolare. Forse indugio un po’ troppo nei luoghi comuni. È vero.

Ma ho con me l’antidoto, vado a spulciare il blog di Paolo Nori, scrittore che mi piace per la semplicità di pensiero e scrittura. Dal quale avrei tutto da imparare quanto a stile e concisione (ma non mi riesce, darò ancora la colpa alla facoltà di architettura).

Il 19 febbraio, ma pensa tu, Nori scriveva (“Un leggero senso di superiorità”):

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Nel libro di Claudio Giunta Una sterminata domenica, in un saggio che  si intitola «Una magnifica cosa pop: Radio Deejay dalle 9 alle 12» a un certo punto c’è scritto: «Un leggero senso di superiorità. Chi non lo ha avvertito, chi non lo avverte ogni volta che accende la radio? Tutti quei poveretti con il loro vocabolario di cento parole e la loro paratassi da scuola elementare che dicono cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri…». Ecco, quando ho letto quel passo qui (a pagina 103), ho pensato che io, quel leggero senso di superiorità non lo avverto e non l’ho avvertito perché il vocabolario di cento parole, la paratassi da scuola elementare e le cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri sono i miei strumenti di lavoro, mi è venuto da pensare, o, meglio, togliendo di mezzo, per quanto è possibile, me stesso, sono gli strumenti di lavoro di Daniil Charms, ho pensato, o, in certe cose, di Georges Perec, e, in certe altre, di Samuel Beckett, per come li capisco io, e probabilmente li capisco male.

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Sciocca io che non guardo Sanremo e poi pretendo che i miei amici si convertano alla letteratura.

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Leggere pillole di Nori mi riappiana, e mi riporta un ricordo antico. Forse per la cadenza così riconoscibile, data la comune provenienza dall’Emilia Romagna. O forse perché parla di sua figlia come “la Battaglia”, mi fa tornare in mente Guareschi. Non quello di Don Camillo che faceva passare per scemo il babordista Peppone, ma quello dei libri che mi regalava mia mamma da ragazzina, in cui parlava della sua famiglia e chiamava la sua, di figlia, “la Pasionaria”.

Guareschi l’intellettuale di destra, fondatore del Candido e onorato degli insulti di Togliatti che, in risposta alla sua satira contro i trinariciuti, durante un comizio gli diede del “Tre volte idiota, moltiplicato tre!”.

Togliatti e non Alfano, alla faccia dei luoghi comuni.

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[Nota sul titolo: Avevo necessità di un concetto sintetico. “Randomize” è la versione Visual Basic del comando “Random”, che in informatica indica la produzione di un qualsiasi risultato dalla combinazione casuale di più fattori.]

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Dieci motivi per non parlare di Kazakistan

19 luglio 2013

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Ci giravo intorno da un po’, a questa porcheria italo-kazaka. Ogni giorno c’è tanto di quel materiale sul quale già si stra-pontifica nelle pubbliche piazze, che il più delle volte soprassiedo senza nemmeno considerare l’ipotesi di scriverci sopra pure io. Sono sicura che il mondo sopravviva meravigliosamente senza doversi sorbire la mia inutile campana.

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E mettiamoci pure che una volta, da privata cittadina, mi sia trovata in mezzo a un pasticcio internazionale per il quale sono stata costretta a entrare più volte a Palazzo e diventare consapevole di certe pratiche ufficiali e non ufficiali che regolano i rapporti tra gli Stati europei ed extraeuropei, quelli tra le istituzioni italiane, tra le correnti interne alle coalizioni tra i diversi partiti e movimenti, tra i cittadini e i loro rappresentanti parlamentari, tra cittadini e cittadini di differenti appartenenze culturali, di censo, geografiche e/o parrocchiali (in senso lato), tra componenti di una stessa famiglia e, complicazione delle complicazioni, tra singoli elementi ufficialmente scollegati da una qualsiasi definizione di famiglia, non de jure né de facto quindi, perpetui migranti tra Stati europei ed extraeuropei.

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Vi ho persi alla seconda riga, lo so.

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Allora semplifico: mettiamo che a sentire di nuovo la frase “rimpatrio forzato” per di più di una minore -anche se in compagnia della sua mamma- mi si siano rizzati i peli. Ecco, questo è il motivo numero uno per il quale avrei voluto scrivere qualcosa sulla questione kazaka. Ho subito il mio primo e finora unico herpes labiale, per non parlare di altre conseguenze, a causa di un rimpatrio forzato di minore.

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Numero due, il governo delle larghe intese. Il governo delle larghe intese. Che, tra i tanti lussi, si concede pure questo, circonfuso com’è di un’aureola bipartisan così smaccatamente propensa a illuminare il popolo italiano sulla indiscutibile inconsistenza delle proprie ragioni davanti alla legge del più forte.

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Terzo motivo, l’indiscutibile inconsistenza delle ragioni dell’Italia davanti alla legge del più forte, ovverosia dello Straniero. Italia, terreno di conquista da sempre, paese completamente ignaro di democrazia, dove l’ultima organizzazione in forma di repubblica che si ricordi risale al tempo dei romani. Ma dove le parole democrazia e repubblica abbondano sulla bocca dei vari politici e dei politicanti. Lo si ricordava giusto qualche giorno fa, in un cenacolo di amanti delle belle lettere: dove si abusa dell’espressione di un concetto è proprio lì che di quel concetto non ce n’è alcuna traccia.

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Quarto. Perché proprio adesso se ne parla, se i fatti risalgono a un mese e mezzo fa? Chi o cosa ha impedito la diffusione tempestiva della notizia, o al contrario, l’ha dirottata ad arte fino a questi giorni? E perché? Smarrimento. Ditemi che non è vero quello che fantasticavo intorno ai nove anni, che negli angoli tra muri e soffitto non ci sono delle telecamere e che dietro le apparenti casualità delle nostre vite non c’è una regia e neppure una sceneggiatura occulta. E che non mi ritroverò di nuovo a parlare in codice a una mosca invisibile di nome Puccia.

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Quinto. Questa storia è così tipicamente imbrogliata, qui ognuno si azzanna col vicino e si rimangia a più riprese quello che aveva detto in precedenza e tutto il suo contrario, che, accidenti, non può davvero esserci una strategia occulta. Ci troviamo al solito nelle mani di illusionisti da tre soldi, pasticcioni e incompetenti. E non c’è realisticamente all’orizzonte nessun nuovo che avanzi.

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Sesto. Che sta facendo Letta? Si rende conto del fatto che osserviamo perplessi la disparità di trattamento che opera, a pochissimi giorni di distanza, tra il caso Calderoli/Kyenge e quello del rimpatrio della famiglia del dissidente kazako?

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Settimo. Della frustrazione parte 1. Possibile che -anche su questa vicenda- mi sia davvero sentita pensare -per la seconda volta in pochi mesi- che “ci voleva (in questo caso) un Renzi (che proprio non direi il mio pupillo, e prima fu la volta, ahimé, di Grillo – il distico è assolutamente involontario) a dare sganassoni alla porzione di centro-sinistra dell’esecutivo che, altrimenti, nemmeno avrebbe fatto lo sforzo di cercare meschinissime scuse per i risultati di questi ultimi larghi intendimenti?

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Ottavo. Della frustrazione parte 2. Sì, vabbé. Sganassoni de ‘sto cavolo. Ne riparliamo al termine della votazione su Alfano.

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Nono. In realtà, la mia è una bieca questione di principio, mentre del Kazakistan continuo a non saperne quasi nulla. Ero rimasta ferma al film Borat, della cui profanazione culturale del Kazakistan avevo riso solo a mezza bocca, perché avevo appena conosciuto la moglie di un mio collega, una ingegnera Kazaka tanto intelligente, tanto carina e pure tanto a modino. E adesso mi ritrovo appena pochi passi più in là, esattamente nel punto in cui devo reprimere un inopportuno sbotto di malevola ilarità, leggendo che il consigliere dell’ambasciatore kazako fa di nome Khassen. Un consigliere del Khassen. Che storiaccia del Khassen.

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Decimo. Perché si legge ovunque “Casal Palocco”? Ma non si chiamava Casalpalocco? E comunque, chissenefrega. Quel quartiere sarà pure la brutta copia di Peyton Place o una sorta di Beverly Hills di pianura, una Miami Beach de’ noantri senza beach annessa e provincialmente vice, ma, parola mia, resta pur sempre un posto bellissimo dove quella bambina kazaka avrebbe potuto continuare a trascorrere serenamente la propria infanzia.

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No, mondo, non me la sento di parlare anch’io di questa storia.

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