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French bashing con la messimpiega (o dei sogni e degli stereotipi)

11 gennaio 2014

Alain Delon

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Un momento mi sembrava un’idea innocente, il momento dopo no.

Mi chiedevo se fartela o non fartela, la domanda. E intanto parlavamo, due amici al tavolo di un bar all’aperto, masticavamo olive e patatine bevendo Coca (tu) e pomodoro condito (io).

Vive un gennaio caldo, Roma.

Con solo una maglietta di cotone sotto il cappottino aperto, ero perplessa per il tuo collo alto di lana spessa a coste che, fuori dal bomber di pelle nera, si andava a impigliare nella barbetta di pochi millimetri, sfumata sulla nuca fresca di taglio a spazzola.

Se mai leggerai queste righe, Johan, sappi che ti ho trovato elegantissimo e insieme così minimal, appena ritornato da Parigi, al nostro primo incontro.

Così francese, nel senso stereotipico del termine.

E che volevo chiederti di fotografarti, magari mentre ti accendevi una maledetta sigaretta dopo l’altra, per usare la tua immagine a corredo di questo post. Ma tentennavo: un momento mi pareva una richiesta da niente, un momento dopo un bieco sfruttamento di persona, una cosa fatta per assecondare un cliché.

No. Non io. O almeno non con te, che non te lo meriti affatto, pensavo.

Ho usato Alain Delon, spero che ti faccia piacere.

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E intanto conversavamo in lingua.

Lui, lo studente “ostaggio” di un interminabile corso di laurea della Sapienza, che per arrotondare dà lezioni di francese en plen air, mi faceva tradurre l’articolo “La chute de la France” (qui l’originale), nel quale veniva riportato per intero il pezzo pubblicato su Newsweek da una giornalista americana, Janine Di Giovanni. L’ennesima espressione di French Bashing, la moda di sparare a zero sulla Francia da parte degli anglosassoni. Perfino l’Huffington Post ne parla, signora mia.

La Di Giovanni, la curiosità me la sono tolta subito, in home page del proprio sito personale, si mostra perfettamente pettinata e sorridente in mezzo alla trincea, circondata di barbuti combattenti.

Né si smentisce quando, nel testo, infila perle come:

beaucoup de contribuables sont imposés à plus de 70 %

frase che denuncia il fatto che la signora, nella Ville Lumière, frequenti solo bella gente.

O come la diceria che la Francia si stia svuotando dei suoi migliori elementi (chefs d’entreprises, innovateurs, esprits créatifs, cadres supérieurs -!-) a causa del governo socialista e dell’eccessiva mollezza indotta nei cittadini dalle troppe garanzie offerte ai lavoratori.

O che i francesi manchino del tutto di talento per l’imprenditoria, senza accorgersi di usare il termine entrepreneur come fosse di origine anglosassone:

Pour un pays historiquement riche, c’est une tragédie. Le problème des Français, comme on dit, c’est qu’ils n’ont pas de mot pour entrepreneur [la journaliste reprend ici une citation prêtée à l’ancien président américain George W. Bush]. Où est le Richard Branson français ? Et le Bill Gates français?

Per non parlare della bufala del latte venduto a sei euro al litro, su cui si è scatenata la satira francese .

Sono andata avanti un bel po’, in quella traduzione fonte di stupore e ilarità.

Dal canto mio, per equilibrare, ho portato un articolo dal sapore esterofilo, “Parigi in pillole: i bambini francesi, indipendenza precoce o abbandono di minore?”, appena comparso sul blog Tagli, che Johan ha letto scuotendo la testa e assicurandomi che in Francia i bambini invece sono tenuti in palmo di mano (vabbé, forse non ha centrato il vero punto della questione, ossia l’annosa critica allo stereotipo della mamma italiana, portata avanti a colpi di sviolinate alle mamme altrui).

Due visioni, ugualmente di parte ma contrapposte, sullo stesso paese, che però si scontrano sui confini di posizioni consolidate, valutando il bene e il male secondo i parametri consueti, cambiando semplicemente di segno alle fazioni. Ce la si racconta, calcando la mano su alcuni aspetti a discapito di altri, pur di non affrontare la cruda verità.

Una modalità ben riassunta, secondo un ex blogger della prim’ora, una mia recente conoscenza, dall’uso strumentale di certi fumetti: Sturmtruppen ha svolto una funzione consolatoria [ben magra consolazione] dei danni causati dai tedeschi nel secondo conflitto mondiale, mentre Asterix lenisce l’umiliazione della conquista romana della Gallia (“e i francesi ci rispettano, che le palle ancora gli girano…”).

Ma c’è del nuovo, in Francia e altrove. Qualcosa che fa davvero presa sulla gente e sta minando, in certi casi, perfino la credibilità di evidenze storicamente accertate. Un modo nuovo di raccontare il mondo che non indigna, ma anzi, dà sollievo. Che riempie i polmoni d’aria pronta a esplodere in una risata liberatoria.

C’è la lezione di Dieudonné che rende accettabile ai francesi il superamento dei limiti tramite battute e gesti dissacratori, con evidente allineamento alla scuola italiana, quella del giullare arruffapopolo, istituzionalizzato Berlusconi, consacrato da Grillo, a cui strizza l’occhio Renzi.

Quanto a me, finita la lezione con Johan, mi sono messa a pensare.

La costante ricerca del vero nascosto dietro le apparenze serve a mettersi al riparo da errori di valutazione e raggiri. Ma, allo stesso tempo, ho paura delle sue estremizzazioni. Paura che tolgano dignità e forza ai miei sogni.

Se c’è una Parigi che inseguo da sempre, è quella che mi hanno mostrato i poeti, i cineasti e i cantautori. A lei non rinuncio, come non rinuncio alle mie lezioni di francese che mi ci portano molto, molto vicino.

Malgré la France, e malgrado, o meglio, forse proprio perché, sia consapevole di essere io stessa fatta della stessa materia di cui son fatti i sogni.

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Zaz – Ton Rêve

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Di sale e sòle

29 giugno 2013

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29 giugno 1912

Da qualche parte in mezzo al mare

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Siamo partiti da Marsiglia con il tempo incerto di questa stagione strana, oggi al risveglio in mare aperto siamo già in un altro quadro, impressionista forse. Le mie impressioni si rincorrono e riflettono lo specchio d’acqua nel quale i delfini emergono a tratti e si nutrono della scia dei nostri scarti. E nutrono i miei occhi di un’energia nuova, una corrente alternata che non so rifasare. Sul ponte principale, attorniano in pochi la tavola imbandita, sulla quale si affaccendano camerieri sbarbati senza cura. Hanno divise chiazzate dalle ombre dei ricordi di altre traversate. Non voglio immaginare, sapere nulla delle loro vite. Mi basta osservarli, mentre si scambiano il disprezzo per le risibili nausee dei terricoli. Mi sporgo in direzione del buio al quale andiamo incontro e, a stomaco vuoto, cerco all’orizzonte i segni restanti delle Colonne d’Ercole. Non ho dormito affatto.

Il vento contrario tiene desta più di una veglia, ed ecco comparire accanto a me M.me Berquet, fresca al mattino, come non so più esserlo. Avrà meno di una trentina d’anni. È sulla nave per raggiungere il marito che verrà a prenderla al porto di New York. Appare in ansia. L’accolgo nel mio spazio con lo sguardo. I ricci castani sbattono ritmicamente contro i suoi occhi, pieni di sale, e confondo la sua espressione con la mia. Mi afferra un dubbio e io, che non amo l’invadenza, torno a guardare fuori e a non pensare.

Non appena in disparte, di nuovo con la mia sola compagnia, sento qualcosa che inizia a scoppiettare alla mia destra. Singhiozzi radi, che si mescolano alle grida dei delfini.

La sera precedente -sera di gala, di tartine e di lamé. Noi, due donne sole, ci attraemmo e, chiuse a difesa, provammo sollievo a fare conoscenza- mi aveva confidato che il marito, un medico, bello e dissoluto, affascinava gli altri al punto da portarlo a chiederle perdono appena conosciuti, se mai fosse caduto in tentazione. Giurandole che amava solo lei. Vissero anni mondani, la bella gente era orgogliosa di averli ai loro party, ai vernissage erano così invidiati. Non fece che un accenno alla loro intimità, ma compresi che fosse stata magnifica. Solo una macchia sembrava tormentarla. C’era una donna che più delle altre tartassava il suo compagno e lei, gelosa, un giorno, aprì un cassetto che lui lasciava incustodito.  Scoprì ciò che avevo anticipato col pensiero, ma mi guardai dal dirlo. Io, che ho vissuto tanto, credetti di poterla compatire. Mi disse che aveva deciso così di perdonarlo, raggiungerlo in America e vivere la loro storia alla giornata, sapendo di non potersi più fidare.

Le posi una mano sulla spalla, e dopo poco ci salutammo con un appuntamento al giorno successivo. Chiusi dietro di me la porta della cabina e svolsi con cura i gesti serali, per propiziare il sonno. Sforzi inutili, la brama incomprensibile di voler approfondire la mia nuova conoscenza mi tenne gli occhi spalancati fino al mattino.

Appena alzata avevo aperto la lettera che custodivo con le altre dentro lo scrigno di velluto rosso. Era datata il giorno prima della mia partenza, l’uomo scriveva di aver pensato a me fin dal risveglio, e a me aveva pensato prima di andare a letto. Su quelle righe rinfocolai per lunghi attimi l’esito raggiante della prima lettura. Poi aggiungeva frasi che mitigavano il senso di straniamento, quello per avere in cuore un tipo come lui. Era abile e sfuggente, ma ero convinta di averne compreso il nucleo.

Io su quella nave non fuggivo, cercavo giusto di vivere una vita senza lacci. Lui aveva la sua pittura che gli riempiva i giorni, e lettere e lettere, per me, per non dimenticare. Sarei tornata un giorno prossimo alla fine dell’estate, e avrei placato l’inquietudine guardandolo negli occhi.

Ci riconoscemmo entrambi soli e affamati di vita, per questo allacciammo insieme le esistenze. Ma anche lui, sposato a una moglie distante, aveva anticipato subito, come M. Berquet alla povera Emilie, l’origine dei miei tormenti. Excusatio non petita, sarei dovuta stare più attenta.

Ci tenne a farmi conoscere la sua incolpevole attitudine alla giocoleria. Alla manipolazione in cerchi concentrici di azioni reiterate e compulsive. Chiese una mano a me, e gliela concessi, per quanto non avessi tutto ben chiaro. Ciò che importava era la reciproca ammissione di fiducia, non altro. E mentre col mio pensiero accanto passava notti regolari, a me il misantropo pittore di Parigi, galante incontro di una notte di plenilunio al margine tra i campi e la città, toglieva il sonno.

Emilie Berquet è accanto a me e parla per prima, e dà segno di grande intimità, posa la testa sulla mia spalla per un momento, la risolleva, mi guarda e ride. Sono sorpresa. Mi fa,

“Qualche notte prima della partenza avevo preso l’abitudine di passeggiare sola. Parigi è una città in cui una donna libera può permettersi il lusso”, io annuisco e penso a me che faccio lo stesso, ma giro col bavero rialzato. “Sola lo sono da così tanto tempo che non mi è rimasto altro che queste camminate. Ho conosciuto un uomo, un curioso dei tanti in cui ci si può imbattere. Senza pensarci, gli ho raccontato la mia storia. Sembrava interessato, pure troppo. Giusto ieri mi ha invitato a entrare a casa sua, una stamberga abitata da artisti, drogati, e dalle loro pulci. Prima ha premesso di essere sposato e di cercare un po’ di compagnia. Vedi, non fa per me, gli ho detto. Peccato, ha risposto lui, sarei rimasto da solo per un bel po’. È orribile non trovi?”

Il suo sorriso complice invita me, tutta età e solida esperienza a rispondere che, sì, gli uomini deboli cercano la compagnia di donne libere pensando di aver vita più facile. Non tengono conto che lo scotto della nostra libertà è l’essere più esigenti, non tanto più delle puttane, quanto delle cosiddette donne perbene, le loro mogli abituate e stanche.

A sbuffi, come un treno a vapore, ogni tanto smettiamo e poi ricominciamo a ridere. Alziamo gli occhi. Il sole si è sollevato in fretta, ora le ombre si accorciano e rivelano la ruggine e il legno scrostato della lussuosa nave da crociera.

“Solo perché eravamo entrambi di Parigi mi ha fatto la proposta”, ride di nuovo, “Che ometto. Pensava di irretirmi vantando di essere un pittore.”

Il sole arroca il sale agli occhi. Mi prudono, ne lacrimo, chissà perché non sento più la voglia di tornare. Sarà un viaggio lunghissimo.

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Défaillances

13 giugno 2013

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marc_chagall_tour_eiffel

Le défaillances in questione non riguardano il sesso, e quindi la Tour Eiffel vista da Marc Chagall non è qui a richiamare problematiche più degne di uno spot.

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Dovrei andarci cauta.

Esco da un periodo in cui non ho fatto altro che inanellare figuracce, ero troppo distratta. Ma, a mia discolpa, invoco i testimoni di un’annata bastarda. Sono una creatura fragile, risento degli sbalzi di clima. A me serve stabilità.  Saprà darmela almeno l’alta pressione?

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La giornata si apre, letteralmente, su uno spettacolare cielo spazzato da invisibili correnti calde e benefiche. In borsa ho un libro bellissimo, non dico quale finché non sarà l’ora. Spingo i pedali e mi allontano. Ho rispolverato la maestria di un tempo nel fare i saliscendi dai marciapiedi, e piegarmi in curva, in lieve derapata. Adesso che ho gomiti e ginocchia esposte, mi eccita anche provare il brivido del rischio, non tanto remoto, di sbucciarmele.

Gioisco delle camere d’aria belle gonfie, del battistrada ruvido che morde l’asfalto, dello scrocchio metallico del cambio, che solletico in base alla pendenza del terreno.

I giorni freddi e piovosi sono alle spalle, hanno lasciato tanto verde qui. Gli alberi. Hanno le punte chiare, si sentono più giovani, come me. Le foglie in basso, invece, si sono fatte scure e grassottelle. Godo di questa vista. Il vento muove le fronde di tutte le essenze insieme, mi ricordano il mare. Sembrano foreste d’alghe guardate con la maschera. Vorrei nuotarci dentro.

In discesa, sollevo i piedi dai pedali e apro le gambe, mi metterei a fare acrobazie. L’aria profuma, chi incrocio mi sorride.

Come si fa a pensare? Come si fa a scrivere in momenti come questi? Costantemente svolgo interi temi, mentre le mani e il corpo sono impegnati a occuparsi di altro. Il problema è trovare il tempo e la voglia di organizzarli in forma di discorso.

Quando le nuvole si accorpano contro l’orizzonte, riunite in forme strane, e assorbono i colori della luce, io punto l’obiettivo. Manovro un po’, forse un po’ troppo, tempo un secondo e le forme di prima sono già tutte sfilacciate. Così i ricordi di giorni monolitici. Bisognerebbe che fossi più tempestiva.

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La prendo a esempio: quella di ieri sarebbe stata una giornata da trascrivere così come si è svolta. Tentar non nuoce, potrei farlo anche a posteriori. Chissà.

A scuole terminate il traffico è spompato e debole. Soltanto l’abitudine mi tiene sulla giusta strada, io la seguo. L’abitudine. Così ho la mente libera e posso guardarmi intorno.

Arrivo al lavoro come dopo una vacanza. Mi metto sotto subito, funziono bene, riesco a reggere tranquilla le emergenze. All’ora giusta vado incontro a Johan davanti al solito baretto. Che poi è il terzo che cambiamo dall’inizio delle lezioni di francese. Sarà per questo. Nel suo ultimo messaggio dice che è qua vicino, ma poi resto mezz’ora a cuocere sotto il sole.

Lo vedo, finalmente. Trotterella sulle strisce pedonali con la testa un po’ inclinata e una smorfia sul viso. Alza un braccio nella mia direzione. Mi spiega: aveva equivocato il posto dell’appuntamento e mi aspettava altrove. Telefono spento per défaillance della batteria, hai voglia a tempestarlo di chiamate e messaggi. Ma non importa, tu guarda che giornata.

Sediamo, io col mio succo di pomodoro, lui con la coca in lattina davanti, e cominciamo. Mi passano accanto colleghi che non mi riconoscono, forse sono mimetizzata dentro la falsa immagine di una coppia straniera a colloquio.

E noi, dagli esercizi di grammatica voliamo subito su Parigi. Ripercorriamo i luoghi che conosco, lui mi aggiorna sui loro cambiamenti. Io gli racconto di un tipo. Uno con la madre ricca, ma che aveva scelto di vivere col padre separato, in mezzo ai ghetti neri. Lì aveva fatto esperienza di scontri con la polizia, visto cose che noi umani, eh. E deciso alla fine -a vent’anni- che solo Londra e Parigi fossero degne del titolo di Città. Uno che mi aveva insegnato come si ballava il rap, come si teneva la bottiglia di Corona tra le dita, camminando, come ci si passava il fumo. Caspita, mi fa Johan. E sorride. Se l’ho più rincontrato? Ma no, non meritava proprio. Pare che a Parigi adesso siano molti i ragazzi benestanti che si atteggiano a straccioni, che il rap si sia incancrenito e sia vissuto come una religione da interi gruppi sociali che, nelle banlieue, si abbeverano dalla nascita alla fonte dell’intolleranza.

Questo mi torna in mente ormai sotto casa, a fine corsa, incrociando la nipotina di un ex-preside. È orgogliosa per essere passata dalla prima alla seconda elementare. Tutti promossi in classe sua, ma c’è un bambino che non si comporta bene, dice le parolacce e ruba le cose degli altri “di nascosto”. Mi spiega che è rumeno, quel bambino. Tanto lo sanno tutti che i rumeni sono ladri.

Prima che si allontani con il nonno dal sorriso imbalsamato, intanto che manovro per piegare la mia bici, non posso che dirle, col tono più gentile che riesco, perché è pur sempre una settenne: “Spero che non siano tutti così, magari qualcuno di loro è anche una brava persona, no?” Non mi risponde, gioca. L’ex-preside ridacchia, mah.

Un uomo che passa ammicca: “Ruba le cose di nascosto!” “Perché è rumeno”, gli ribatto. “Fosse italiano lo farebbe allo scoperto”.

Italiani, poveretti, che la crisi mette al tappeto, e ancora si permettono di atteggiarsi a superiori. Ma si capisce. Mentre il paradosso per la Grecia consiste nel tornare allo status di  “Paese emergente”, per l’oscuramento della tv di Stato, io posso ancora entrare in casa e sapere dalla Rai che a Roma, borgata San Basilio, la folla ha linciato gli addetti di un ambulanza in soccorso di un ragazzo accoltellato. Figlio dell’omicida dell’accoltellatore, a sua volta aggressore per futili motivi.

Non c’è pericolo, altro che terzo mondo. Roma è tale e quale a Parigi, in questo.

Ma non riesco a stare, a fare cose, ad ascoltare oltre. Dal balcone si vedono le fronde degli alberi agitate dai soffi lunghi del vento. La sera è accogliente, e proprio non avrei alcuna voglia di pensare. Mi sento così stabile.

Colpa dell’alta pressione, immagino.

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Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Marc tra le due rive

29 giugno 2012

Parigi, 29 giugno 1910

Bella,

stamane ero in coda dal macellaio e ti pensavo. Cosa avrei dato per averti lì e tenerti per la mano. Quando è arrivato il mio turno ho chiuso il tuo pensiero in uno scrigno rosso sangue e sono rimasto fermo ad osservare. Il macellaio mi ha guardato male. Mi ha chiesto più volte: “Signore? Prego? Prego?” La gente dietro di me ha iniziato ad inveire. Ma io ero arrivato al bancone solo per osservare da vicino le bestie. E recitare, con infinito amore, “Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo”.

Mio nonno, pure, era macellaio. Te l’ho mai detto? Da lui mi viene il rispetto per le bestie: ogni uccisione, un rito sacrificale. Oggi, che il mio atelier non è lontano dal mattatoio Vaugirard, verso le due, le tre del mattino e il cielo è blu e sta sorgendo il giorno, laggiù, poco oltre, si sgozza il bestiame. Le vacche muggiscono e io le dipingo. Veglio così per notti intere. La rotonda della Rouche, dov’è il mio alloggio, è a Montparnasse. Ospita molti altri artisti, centinaia, e i loro ateliers. Questo Bateu Lavoir è stato costruito con i resti dei padiglioni dell’ingegner Eiffel, quelli realizzati per l’esposizione universale del 1900, e tutti gli ateliers ruotano attorno al Pavillon des vins, il cui tetto somiglia a un alveare, da cui il nome della Rouche. L’affitta lo scultore Alfred Boucher, per pochi franchi, a artisti squattrinati come me. Qui, nel cuore di Parigi, il centro dell’Europa, riecheggiano tonanti gli avvenimenti di tutto il mondo intorno.

Bella, cara, viviamo un tempo folle. Ieri, soltanto un anno fa, Marconi riceveva il Nobel per l’invenzione di quel telegrafo che è il simbolo della modernità, ma intanto a Roma il Papa impone al clero il giuramento antimodernista! Bisogna prepararsi al peggio. Nell’attesa, io vivo da esiliato. Compongo la mia pittura fatta di stati d’animo, nudo, tutto solo e fino a notte fonda. Finché non tornano ubriachi e chiassosi gli altri artisti della Rouche, e iniziano a lanciare sassi alle mie finestre perché mi unisca a loro. Ma a me non interessa. Sto solo e mi contento. Il lunedì mangio una testa d’aringa, il martedì una coda, e il resto della settimana croste di pane.

Mi chiamano il poeta. Per me però è un termine riduttivo. È vero, come per i poeti la mia è una trasfigurazione del reale. E le metafore che creo le realizzo attingendo a ciò che ho appreso in quel serraglio che racchiude uomini e bestie della tradizione ebraica e russa ma anche delle mie esperienze occidentali. Più di un poeta, però, io cerco di riunire sulla tela la calligrafia e il colore secondo una scansione musicale e così avanzo scandagliando la memoria. A volte, in queste notti insonni, dipingo con le cosce, allucinato e nudo, preda di un’eccitazione delirante. No, non spaventarti adesso. A questa follia do sfogo solo entro le mura triangolari della cella d’api della Rouche.

Un altro dei motivi per quell’appellativo è che frequento soprattutto loro, i poeti. Cendras tra gli altri mi è più vicino, a volte è lui a suggerire i titoli dei miei lavori. Eppure io da loro mi sento tanto attratto quanto distante. Non penso che la tendenza scientifica sia una cosa buona per l’arte. Impressionismo e cubismo mi sono estranei. Un giorno Apollinaire, entrato nel mio studio, si è seduto, ha sospirato, poi mi ha sorriso e ha mormorato “Soprannaturale”. Non sono un artista io, piuttosto sono una vacca. O un’altra bestia. Cosa importa. Sono il cronista di un mondo stupefatto. Trasformo le mie vacche in saltimbanchi, resuscitate dal mattatoio a colpi di pennello.

Quei poeti mi dedicano versi surrealisti e gliene sono grato. Ma più grato sono a te, Bella, che accumuli le mie lettere con pazienza, senza sapere quanto tempo sia ancora da trascorrere divisi.

Ti bacio e mi metto in attesa anch’io di avere tue notizie,

Marc

*** *** ***

Vence, 29 giugno 1951

Marc,

non sentirti in dovere di spiegare, di riempire i vuoti di parole fra di noi. Ho capito di avere tutto quello che mi serve per restare quieta, se non proprio felice. Osservo depositarsi ai tuoi piedi i coriandoli strappati e lanciati in cielo dalla memoria della tua vita. Il tuo bestiario, i tuoi riferimenti, le tue incertezze, io le conosco.

Passeggio nella Rouche delle tue opere, il tuo castello incantato costruito con le celle dei giorni vissuti, con la tua sensualità struggente, con i tuoi strali e le tue metafore del mondo. Quello che io sento che mi unisce a te, una sorpresa a questo punto della vita, affonda le sue radici nel terreno ben più profondo dell’esperienza viva, piuttosto che in quello limaccioso delle parole.

Vorrei saltare in piedi e volare da te, subito. Ma so stare. In ciò che fai resistono così vividi i temi del passato che penso che non potrai mai liberartene del tutto. Come potresti se ti sei fatto Rouche, se ormai coincidi con l’alveare?

Con tutto questo, non posso smettere di baciarti silenziosamente lungo la corda tesa della distanza.

La tua

Vavà

 

Marc Chagall – Parigi tra le due rive

Chagall è un artista che mi è molto caro. Mi basta guardarlo negli occhi in una delle tele nelle quali si ritrae felice con Bella o con Vavà per entrare immediatamente nel suo stesso stato d’animo. Sarò tornata, ora non ricordo bene, due o tre volte in visita alla sua casa di Vitebsk. I curatori di questa abitazione-museo hanno cercato di sopperire alla mancanza di arredi originali mettendo in un angolo un antico samovar, gettando sui pavimenti dei tappeti colorati e appendendo alle pareti molti scatti che ritraggono Marc Chagall in vari momenti della sua lunga vita trascorsa tra Russia, Europa e Stati Uniti. Ma è dalla veduta che si ha della casa dalla strada, veder sfilare quei mattoncini rossi dietro la staccionata, con dietro il giardino di betulle e il cielo grigio, che si pensa che quel luogo esista per un opera di magia. Sembra che sia stato Chagall ad inventare quel panorama, che prima del suo passaggio il mondo intero avesse un’aria più scialba, che non fosse ancora conosciuto il segreto di tutta l’emozione che racchiude.

L’opera di questo poeta (pardon, pittore…) è un catalogo, continuamente rinnovato, di poche e semplici icone di riferimento. Dipinge “Parigi tra le due rive” tra il ’53 e il ’56. In questa composizione onirica ci sono due città, separate dalla Senna. Rive gauche e Rive droite, ma simboleggiano la Russia e la Francia (una riva e l’altra della sua esistenza). Due diverse realtà che Parigi, l’amata Parigi, riunisce in luogo-simbolo di felicità piena. I simboli iconografici, sempre quelli, sono organizzati a partire dal colore blu, come in un fondale acquatico. La coppia (Marc e Vavà) in primo piano si muove al ritmo della musica suonata dai musicisti sullo sfondo, mentre la donna in giallo e la capra verde vegliano sulla loro felicità guardando entrambi in alto verso Parigi, il nuovo amore, la nuova esistenza.


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