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L’incompiuta _ Meditazione 2

5 agosto 2013

Schubert – Sinfonia “Incompiuta” , esegue l’Orchestra giovanile Uto Ughi per Roma diretta da Bruno Aprea. Basilica di Santa Sabina in Roma.

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La Basilica di Santa Sabina, dentro, è una sorpresa. Forse perché non ha facciata. Nessuno a Roma indirebbe concorsi come nell’ ’81 per Santo Spirito a Firenze, una città che, forte della propria piccola estensione, consente a un Sindaco multitasking, uno che per lo più trascorre il proprio tempo a giocare al segretario di partito, di rinverdirne la simbologia, per dare una rispolverata al mito intramontabile nel mondo. Tanto non costa nulla. O quasi. Dai, giusto un quindicimila euro.

A Roma tutto questo non si fa. I soldi, quelli che non ci sono ma che ci sono invece, si usano in modo diverso. Che importa dei cantieri incompiuti, delle buche, dei gatti e degli umani, entrambi senza tetto, che si litigano tutto per strada, anche l’ombra? O dei trasporti pubblici e privati, dei monumenti alla malora, delle troppe case inoccupate e pure della disoccupazione che solo se ripartono i cantieri, appunto, sembra che si possa eliminare? Parliamo pure del “nero”, allora: quanti operai a cottimo raccolti lungo le strade la mattina presto, quale economia ripartirebbe alla riapertura dei cantieri, se non quella privatissima delle famiglie dei costruttori storici, quelli che sposano la giunta di turno, di destra o di sinistra, non importa? Macché, a Roma il segno di rottura lo dà la chiusura al traffico dei Fori, adesso sì…

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Toc toc toc

Il direttore solleva la bacchetta. Parte la sinfonia dagli strumenti dell’orchestra giovanile e tace la mia coscienza. Io e Lola siamo sedute nella frescura della navata principale, dentro la chiesa senza faccia, ma così piena di storia da sollevare chi entra da qualsiasi pena per la propria misera quotidianità.

Suo figlio Martino è quello al clarinetto, ciuffo negli occhi, dita nervose e ossute, orgoglio della mamma. Che sorride, sorride. Io, sai che faccio? Quasi mi commuovo con lei, siamo o non siamo amiche? Quasi, perché mi accorgo che, sopra la dentatura ormai opacizzata dalla fissità, sopra il suo naso affilato, lo sguardo non si sposta dal telefonino. E scoppia a ridere, per giunta, anche se sottovoce.

La vegliarda che l’affianca da sinistra irradia intolleranza. Lola non raccoglie, anzi accresce lo sbellicamento per un certo lasso di tempo. Ma poi chiude le labbra, umettando uno smalto ormai ridotto a intonaco crepato. Io, da destra, ruoto aristocraticamente il profilo nella sua direzione, cercando di non perdere il contatto visivo con l’orchestra. Mi mette la schermata sotto il naso, sono costretta a cedere. Cerco almeno di restare concentrata sulla sinfonia, mi pare che le orecchie mi si allunghino nella direzione opposta. Lola bisbiglia, e io, che non capisco niente, perdo la concentrazione lasciandomi sfuggire un:

– Eeh?!

La navata, ricolma di parenti, ha di che passare il tempo: il nuovo gioco si chiama “trova il colpevole”. Decine di occhi e orecchie come radar, scandagliano il livello teste.

Sono allenata, ho ancora tutti i lividi dell’ultima lezione di pole dance: scivolo sotto e mi affianco alle ginocchia di Lola, le afferro con malagrazia lo smartphone e le sorrido gelida, a occhi semichiusi. Vorrei strozzarla.

Lei, per tutta risposta, amplifica l’ilarità, premiata da un primo Schhhh! che sfuma in un crescendo di archi e oboi. Questo passaggio è proprio da pelle d’oca.

– Leggi.

tecniche

Leggo:  Le tecniche vanno portate quando si trova un’apertura

– E che significa?

– Ah, non lo so. È impazzito.

Parla di Maastricht. Nome in codice che allude alla città dove uno dei tizi coi quali scambia messaggini, un suo ex amico, nemico, amante di ere geologiche ormai dimenticate, ha lavorato per anni, chiedendole, sempre per anni, di venire a fargli visita. Col figlio, pure, se voleva. Tanto casa sua aveva due camere. Due camere? Rispondeva lei, a me, mica a lui.

E io avrei dovuto dormire nel letto con uno che Martino (di anni undici a settembre)  nemmeno sa chi è? Non se ne parla proprio. Così aveva procrastinato il viaggio, vagheggiandolo come imminente giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Conosco Maastricht come se ci avessi vissuto, per quanto Lola me ne ha descritto l’architettura, il clima, le particolarità, con occhi sognanti e spesso davanti a immagini tratte da depliant cartacei e virtuali, a video e cartoline, foto inviatele ogni mattina e ogni sera, per anni. Finché Lui, che non conosco ma, detto col senno di poi, deve avere una pazienza fuori dal comune, è ritornato definitivamente a Roma.

– Non mi ha perdonata di non essere mai andata a trovarlo.

Ed ecco il risultato. Una volta in Italia, l’ha invitata a uscire, ma sul più bello, nel passaggio tra cinema e cena, è stato richiamato a casa dal figlio che aveva maldipancia. Il figlio ha diciott’anni, una madre e una sorella, ma tant’é. Una seconda volta, entrambi erano troppo stanchi e si sono salutati davanti al portone con un bacio sulla guancia. La terza volta è stata rimandata, a causa di lui. La quarta, di lei. Per la quinta, più o meno una settimana fa, avevano trovato un accordo stanco. Occasione sfumata all’ultimo momento perché Maastricht doveva lavorare.

Nel weekend? Lo raccontasse a qualcun’altra! Ha protestato Lola, che ha chiuso l’ultimo approccio scrivendo di non voler essere un impegno a tempo perso (!) seguito da un laconico lasciamo perdere. Ora, se una cosa ho capito da questa mio ancora breve excursus nella scrittura, è che il pensiero, una volta messo per iscritto, non è più di “proprietà” dell’autore, ma è il lettore che riceve l’opportunità di darne un’interpretazione unica e propria.

Lola non scrive altro che messaggini, però. Per lei è tutto bianco o tutto nero: l’uomo in genere è stronzo, mentre la donna, per maggior sicurezza, ha due possibilità.

– La so, la so!

– Anch’io: O è una santa…

– Ok, la sapete. Basta così! Sciò!

Si sono girati tutti, accidenti. Perfino il direttore ha lasciato un’occhiataccia. I demoni hanno scelto di farsi vivi proprio al termine del primo, concitato movimento, nel silenzio che precede la ripresa del primo tema. Fortuna che sono ancora sotto il livello teste. Ora Lola è arrossita e mi chiede con gli occhi che cavolo succede.

Sussurro, imperturbabile:

– Non è impazzito, questa sembra una frase da manuale. Forse è un appassionato di qualche sport diverso dal calcio?

– Come no? – si illumina, – va pazzo per il karate.

Da quel momento la storia scivola in discesa e prende sempre più velocità, al ritmo della musica che si dipana tra un alternarsi di continui contrappunti.

– Allora ti sta prendendo in giro. Non so cosa significhi la frase ma ti vuole dimostrare che di quello che dici non gliene frega niente e lui è superiore.- Sentenzio, mentendo.

– Bastardo!

– Schhh!

Stavolta gli archi e gli oboi non sono stati tempestivi.

– Scusi…

– Schhhhh!!

– Scusi anche lei.

– Schhhhhh!!!

– Mavaffanculo.

<Rumore di sedie liberate.>

Scontriamo le teste sulla ricerca di Opera, uno dei browser installati (il migliore, a mio parere), e troviamo subito una raccolta di frasi memorabili sul karate, riunite in una pagina sola.

C’è Le tecniche vanno portate… ma anche La mente e’ come cielo e terra oppure La legge include durezza e dolcezza, oppure la misteriosa  La distanza “maai’ richiede avanzare e retrocedere, separarsi ed incontrarsi.

– Devo dire che ha scelto bene.

– Sì sì.

– Tu cosa gli rispondi allora?

– Mah. Pensavo di non rispondere affatto.

– Daai.

– Rispondo?

– Rispondi.

E così, creando il vuoto attorno a noi, e di quando in quando risollevando gli occhi sul clarinetto de’ mamma sua che per fortuna è rimasto tutto il tempo concentrato, abbiamo selezionato la risposta adatta tra le massime di tal Lao Tsu : Conoscere gli altri è saggezza, conoscere sé stessi è illuminazione.

– Perché poi abbiamo scelto quella?

– Ah, se non lo sai tu, Lola.

Premuto il tasto invio, sono pian piano ritornata a galla sotto lo sguardo obliquo e divertito della mia cara amica, e ho ripreso a seguire l’esecuzione ormai arrivata al termine.

Quindi una gomitata nelle costole mi ha distratto di nuovo. Lui ha risposto.

Ti voglio bene.

Non possiamo crederci, ma allora…

Tenendo il telefono davanti per leggere meglio, non ho potuto fare a meno di notare che nel frattempo un terzo soggetto, completamente estraneo alla- e ignaro della vicenda, inviava a Lola cuori, baci, e frasi a effetto, tratte palesemente dagli incarti dei baci perugina. Di questo tizio non me ne ha mai fatto parola… Hai capito, Lola.

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È stato davvero un bel concerto, devo dire.

Martino e sua madre si allontanano abbracciati come due piccioncini. Io so che il cuore di lei non è disponibile ad alcuno che non sia quel suo clarinettista. Ma, evidentemente, ha anche altri bisogni. Quali? E perché li esprime in modo tanto sgraziato? E perché tutti quegli uomini attorno, tutte quelle parole senza nessun significato, né un solo risultato a coronamento di tanta agitazione?

Ci sarebbe da meditare sull’intera questione, ma sono troppo stanca. Ai posteri, visto che cosa scritta…, e se proprio vorranno, la sentenza.

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Mi attardo con gli occhi alzati su Santa Sabina, l’incompiuta, sulla quale, nei secoli, hanno messo le mani in tanti. La guardo e mi viene in mente una vecchia intervista a Salvatore Settis, dove diceva

“Ricordo, quando ero al Ginnasio, un discorso di Piero Calamandrei ai giovani: La Costituzione è come l’Incompiuta di Schubert, disse, è un programma concreto. Noi dobbiamo portarlo a termine. Questo è l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare, l’orizzonte della Legalità, della Democrazia. Perché la Costituzione siamo noi, i cittadini, spetta a noi lottare perché non sia un’utopia ma diventi una concreta agenda della politica”.

Parla dell’orizzonte che fa andare avanti, progredire, chi insegue, pieno di desiderio, l’utopia.*

Come è bella vista da fuori, la basilica di Santa Sabina, capisco chi l’ha desiderata tanto da volerla completare fino a farla apparire un elemento naturale, un prolungamento del Giardino degli Aranci qui vicino, il posto degli innamorati.

Chissà se esistono ancora e dove si nascondono stanotte, gli innamorati. Probabilmente non perdono tempo a scambiarsi messaggini. Né a discutere della Costituzione e della legge elettorale. Conoscono i propri desideri e li inseguono, e sono forse gli unici ad andare avanti, in questa nera notte.

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*) L’utopia, secondo la definizione di Eduardo Galeano, “è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e  si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare”.

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L -22

4 agosto 2013

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L’ottimismo di Rodotà

 

 

 

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Un tal Rodotà, tutt’altro che folle,

Dopo aver schivato la guida dal Colle,

Come guru viene preso

Da chi vuol restare illeso,

Quasi fosse un materasso con le molle.

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Ho letto Stefano Rodotà in parallelo sul Corriere della Sera e sul Manifesto. Mi è sembrato evidente che nonostante vengano riportati in maniera formalmente differente, i concetti espressi non si siano prestati ad interpretazioni  (quella che per il Corsera è un’esortazione, secondo il Manifesto è un appello – ma forse quel termine poteva risultare un contraltare involontariamente polemico alle tenera istigazione alla guerra civile del dolce Bon-Bondi). Riepilogo velocemente:

Le condizioni per la grazia a B. non ci sono, la cosa è fuori discussione.

La giustizia non è uguale per tutti. Per questo motivo in Italia la situazione è “inquietante”.

La riforma della giustizia non è una priorità, rispetto a quelle costituite da economia e lavoro.

Le larghe intese erano state fin dall’inizio una modalità azzardata, che non avrebbero potuto avere altro risultato che costi molto alti, in particolare per gli obiettivi a cuore dell’elettorato del centro sinistra.

Viviamo  i risultati di una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità.

La riforma costituzionale è un “colpo di stato” estivo che M5S e SEL hanno estorto al PD.

La via d’uscita risiede nella sostituzione (è un’esortazione o un appello?), nel calendario dei lavori parlamentari di settembre, della riforma della Costituzione con quella della legge elettorale, senza la quale non si può tornare alle urne con relativa serenità.

In conclusione Stefano Rodotà fa notare come il nostro non sia uno scenario del tutto negativo, visto che sono ancora in circolo nella società contemporanea degli “anticorpi democratici”, e che i cittadini dimostrano quotidianamente di sapere e volere utilizzare i mezzi a disposizione per mobilitazioni concrete  a favore dei temi “veri”, un chiaro riferimento alla raccolta firme Respect“ Costituzione.

Nei giorni scorsi mi sono registrata e ho fatto un giro su “Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali.

Confermo ciò che ho già avuto occasione di dire: mi sembra uno strumento di consultazione democratica che vale la pena di utilizzare, quantomeno per dire la propria. L’ho utilizzato, infatti, notando che insieme alle opzioni previste per default sulle alternative relative alle voci oggetto di cambiamento della nostra Costituzione, è possibile esprimersi in favore anche di nessun cambiamento. Un “no” che andrebbe ad aggiungersi a quello eventualmente già espresso attraverso la petizione sostenuta da Il Fatto Quotidiano.

Mi piace la combattività e l’ottimismo di Rodotà. Trovo difficile immaginare di imboccare un cambiamento non violento nel nostro paese senza essere supportati da un atteggiamento minimamente costruttivo.

Insomma, io ci provo a pensare positivo, sperando che la Storia mi dia ragione.

Qualche pagina dopo l’intervista a Rodotà, sul Manifesto si poteva leggere anche un suggestivo racconto di Davide Orecchio (Un ebreo Usa a Berlino) che ricorda fino a che punto chi vive in una determinata epoca, trovi plausibile qualunque ipotesi sugli sviluppi a breve termine del corso degli eventi nei quali si trova immerso.

Protagonista ne è Abraham Plotkin, sindacalista americano che, pochi mesi prima dell’incendio del Reichstag, parte da San Francisco e si insedia a Berlino. Per la durata della narrazione, il lettore si ritrova traslato dietro lo sguardo del redattore di un diario, dato successivamente alle stampe nel paese di origine, nel quale registra gli eventi, “intuisce, dubita, sottovaluta”. Esercita “il privilegio del diarista”, colui che “vive e scrive di vivere. Vede, e descrive quel che vede, e l’atto del vedere”. Incontra i contemporanei e, con loro, ancora riesce a ipotizzare “scenari che non avrebbero dato esiti, eppure altrettanto verosimili, se non probabili del cupo avverarsi del totalitarismo”.

Allo scopo di irrobustirsi e rimediare alle pecche della propria nascita yankee,  cercando di comprendere il funzionamento dello stato sociale e il “segreto” dei provvidi sussidi all’abnorme numero di disoccupati, Plotkin mette in atto “la ritenzione del diarista” e indossa “la spugnosità del viaggiatore”: cammina, vive, parla immerso tra la gente. Una folla di individui tra i quali spiccano “molte personalità della classe dirigente socialdemocratica e sindacale berlinese”. Folla che Davide Orecchio trasforma presto in un coro del teatro greco, drammatico contrappunto alle dichiarazioni ingenuamente fiduciose di Plotkin sull’incalzare degli avvenimenti.

Finché nel corso della notte del ventisette febbraio 1933, si ritrova “costretto a testimoniare” la fine di ogni congettura differente da ciò che è ormai è divenuto “fatto inevitabile in quanto accaduto”.

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Se fossi blogger _ Meditazione 1

1 agosto 2013
Così, ho deciso di inaugurare un ciclo di meditazioni agostane.

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Ragazzi, non si può arrivare sempre ad agosto a  infilare nelle buche delle lettere dei cittadini in ferie, o boccheggianti e bisognosi di nuovo ossigeno, volantini leggeri leggeri riportanti la richiesta di fare “scelte consapevoli” su argomenti del vivere civile dalle ricadute importantissime su tutti noi presenti e sulle generazioni future.

Non sono un’impulsiva, sono in grado di assumere posizioni e cambiare opinioni solo dopo aver attentamente riflettuto e confrontato informazioni che mi diano sufficiente tranquillità. Certo, nella vita quotidiana conta molto la rapidità, ma ho sviluppato anche questa caratteristica e non mi vedrete quasi mai tentennare davanti due prodotti simili nel momento di scegliere quale acquistare. Nel caso del cibo, evito di farmi trarre in inganno dall’eventuale packaging ingannatore, vado subito a leggere ingredienti, data e luogo di produzione, la scadenza, e non sempre preferisco quello col minor prezzo per unità di misura, poiché anche il gusto vuole la sua parte.

Ragiono in modo simile per il vestiario, riguardo ai libri sto cercando di entrare nell’ottica del prestito bibliotecario, altrimenti a questi ritmi dovrò decidere chi far sloggiare di casa, tra me e loro (i libri!).

In definitiva, credo di cavarmela abbastanza bene. Brava. Grazie.

E questo nonostante il caos della modernità, le complicazioni che comporta il vivere in una città come Roma, e la tentazione di abdicare al ragionamento, per le scelte più difficili, seguendo persone a mio giudizio autorevoli, nei loro indirizzi in favore o contro una delle opzioni in gioco.

Comunque, d’estate i pasti si risolvono con una pizza, un pomodoro col riso, tutt’al più sforzandosi di tagliare un melone e aprire la busta del prosciutto crudo. L’abbigliamento, come ha detto ieri nello spogliatoio della palestra la mia amica ancora più bella di Josefa Idem, all’atto di infilarsi uno straccetto (non so dire se di boutique o di bancarella, in estate tutte le vesti si somigliano – ed è facile intuire dove mi rifornisco io) direttamente sulla pelle umida di doccia “Quanto mi piace questa stagione, mi sembra di vivere in vestaglia”.

Questo è il livello massimo accettabile di scelta in estate, e, visto che è cosa risaputa, a me stamattina è venuto da arricciare il naso quando, distesi come bandiere, uno ciascuno sui due schermi che ho davanti, mi sono sentita tirare per lo straccetto da due appelli speculari:

Respect-vs-Riformecostituzionali

Respect” Costituzione, “non vogliamo la riforma della P2”. Firma l’appello

Partecipa” – Consultazione pubblica sulle riforme costituzionali

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Il dibattito non nasce oggi, e io da tempo mi sono convinta che la Costituzione italiana non sia perfetta, e che con gli strumenti già esistenti la si possa migliorare. Né mi piace il presidenzialismo, non mi piace per ragioni storiche, morali, perché ho il sospetto che finirei in galera subito, e perché non lo trovo adatto al nostro paese (c’è chi dice che si adatti ad altri, come la Francia, ma non ne so abbastanza della Francia e dei suoi abitanti per dire bene o male della giustezza di quella forma di governo, nel loro caso). Però vedo da tempo che tutto converge verso di esso, come se non avessimo altra possibilità, come se gli italiani non fossero maturi per un utilizzo pieno della democrazia (e chi ha portato la situazione fino a questo punto, però, siede tra coloro che caldeggiano la virata autoritaria…).

Poi mi ritrovo davanti alla proposta di una consultazione pubblica via rete, con tutte le limitazioni del caso, e mi pare comunque un atto democratico, e istintivamente mi piacerebbe utilizzarlo. Però non sono un’istintiva. Anche per questo, pur fidandomi di Rodotà, non mi fermerò alla fiducia nelle parole del personaggio autorevole. Sta di fatto che sono chiamata in causa. Che casino. Dovrò approfondire, e in fretta.

Farò la mia scelta, che gronderà fatica e sudore, questo è certo, ma adesso devo fermarmi e alzare le mani: riguardo all’iniziativa governativa, per ragioni di lavoro, vivo un conflitto di interesse, per cui:

Se fossi foco, arderei lo monno, se fossi ministra, mi ritirerei. Se fossi blogger, lascerei a chi legge le conclusioni.

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L -30

9 giugno 2013

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Ora o mai più!

Re della foresta

 L’onorevole Tarzan di Jacovitti

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Non spaventarti se il consenso è poco:

C’è bisogno di te che stai al gioco.*

“I consensi sono parchi?

Ti spalleggian gli oligarchi!”

Con la Costituzione accendi il fuoco.

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*) Indegna parodia di Primo Levi, che propugnava il metodo scientifico per favorire il progresso dell’umanità. Tutto il contrario della politica nostrana, nella quale, per dirla con Rodotà,  “apprendisti stregoni” si apprestano a remare in direzione contraria al modello della democrazia partecipativa, che proprio il progresso e il “mutamento continuo dello scenario tecnologico” che il progresso comporta, favorirebbe enormemente ai nostri giorni.

Anche se Levi non proponeva di smacchiare giaguari, bensì di pettinare le chiome alle comete, lui di certo non scherzava affatto:

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DELEGA

           Non spaventarti se il lavoro è molto: 
           C’è bisogno di te che sei meno stanco.
           Poiché hai sensi fini, senti
           Come sotto i tuoi piedi suona cavo. 
           Rimedita i nostri errori:
           C’è stato pure chi, fra noi,
           S’è messo in cerca alla cieca
           Come un bendato ripeterebbe un profilo,
           E chi ha salpato come fanno i corsari,
           E chi ha tentato con volontà buona.
           Aiuta, insicuro. Tenta, benché insicuro,
           Perché insicuro. Vedi  
           Se puoi reprimere il ribrezzo e la noia 
           Dei nostri dubbi e delle nostre certezze.  
           Mai siamo stati così ricchi, eppure
           Viviamo in mezzo a mostri imbalsamati, 
           Ad altri mostri oscenamente vivi.
           Non sgomentarti delle macerie  
           Né del lezzo delle discariche: noi
           Ne abbiamo sgomberate a mani nude 
           Negli anni in cui avevamo i tuoi anni.
           Reggi la corsa, del tuo meglio. Abbiamo
           Pettinato la chioma alle comete,  
           Decifrato i segreti della genesi,
           Calpestato la sabbia della luna
           Costruito Auschwitz e distrutto Hiroshima.
           Vedi: non siamo rimasti inerti.
           Sobbarcati, perplesso;
           Non chiamarci maestri.

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Elefante perentorio

Giorgio, elefante perentorio

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