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La tirannia delle freccette

8 gennaio 2013

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Una scena tipica. Primo pomeriggio di studio, sonnolenza post prandiale, la concentrazione che va e viene, a ogni alito di vento. Finestre spalancate, quindi, estate e inverno. Suona il telefono. Aspetto chiamate io, di norma. L’apparecchio di casa è mio, neanche i miei fratelli osano spodestarmi: la mia difesa prevede la violenza. Schiarisco la voce, faccio “Pronto?” con aria distaccata. È un tale Dottor X che chiede di mio padre. Che noia. Però, ligia alla parte, informo dell’assenza e chiedo più dettagli. L’altro si abbandona al mio tono sicuro e farcisce di notizie la bolla vuota che la digestione ha fatto risalire al mio cervello. Ne esce fuori una cosa come questa

Nota

Memorabili le incazzature di mio padre al suo rientro a casa.

Venti anni dopo, leggo Paolo Di Paolo*. Parla delle freccette che legavano i pensieri tra loro in connessioni rigide.

Di Paolo

Di Paolo schiaccia di continuo sui tasti REW e FF della memoria, ma ora abbiamo i pc e i tablet, la carta non si usa quasi più (anche se io a volte cedo al fascino di scrivere A -> B e poi cancello, perché non serve a niente) e i cervelli esplorano tutte o quasi le potenzialità del pensiero libero dai vincoli della scrittura amanuense.

Comunicazioni arrivano ai diretti interessati via email, sms, msn, whatsapp, skype, facebook, twitter, e patapim e patapum. Note se ne scrivono direttamente sui promemoria collegati alle agende, si condividono, si modificano, si dà loro una forma sempre più chiara semplicemente cancellando e riscrivendo con un dito.

In libreria ultimamente trovo un volumetto divertente che racconta attraverso le frecce vite illustri e grandi eventi

Beatles & Beatiful

Beatles & Beatiful**

Ne rido, chiamo Lola e dico: “Vedi che idea geniale”. Questo perché il subconscio lavora in tempi lunghi.

Infine è sera. L’aperitivo è moderatamente alcolico e ricco di golosità, tra noi è tutto un gran FF e REW e FF di nuovo, finché ci si confonde. Arriva la notte e sogno. Sogno annunci fatti a gran voce da ogni schermo “L’informazione torna solo cablata!” Un imprevedibile scatto in avanti della modernità riattacca i fili laddove erano recisi. Tutto funziona meglio. Come? Non conta come: è un sogno che lo dice, c’è da fidarsi. La gente adora i media, la moda attecchisce presto. Ricompaiono cornette grigie nelle case, spot promozionali magnificano le loro funzionalità. Tutti si adeguano, le nuove discariche hanno montagne di ferraglie inutili. La casalinga ciarla con l’amica sopra una linea a sezione circolare, così studente e studente. Gli innamorati s’impossessano del mezzo, gli adolescenti per interi pomeriggi (poi non hanno più scuse, devono uscire di casa per vedersi). Gli  uomini sfogliano annunci sul piombo dei giornali, ma sono tempi moderni, lo fanno anche le donne. Finiscono a litigare a tarda sera:

– Esci dal bagno, lo so che hai preso il telefono, vedo il filo! Sei chiuso dentro da un’ora!

– Fatti i fattacci tuoi.

– Li vorrei fare, appunto.

I risultati alla fine della lotta saranno imprevedibili.

La comunicazione torna a soggiacere alla tirannia della freccette, schemi che riproducono i gangli che li hanno generati, messaggi misteriosi lasciati all’interpretazione del destinatario. Mi sveglio e mi meraviglio, ma non tanto: tutto è possibile. Il tempo non esiste più.

E quindi neanche la morte

E neanche altre trascurabili sciocchezze.

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*) Paolo Di Paolo, Dov’eravate tutti. Ed. Feltrinelli, 2010

**) Se interessa a qualcuno torno in libreria a dare un’occhiata a titolo e autori 😀

La depressione della Signora e i meriti tardivi del “nobilotto” di Flaubert

11 novembre 2012

L’anno (scolastico) era iniziato male. C’erano certi genitori che si incontravano e si confrontano. E s’interrogavano tra di loro, questi genitori. E a volte finivano a consolarsi, dicendosi l’un l’altro: Ma tanto era così anche ai miei tempi. Intanto i figli comunicavano: “È sciopero bianco”.

“Ok, ma che significa, te l’hanno detto?” “Non ho capito bene, ma oggi la prof è entrata in aula, si è messa alla lavagna, ha spiegato tutto (dovevi vederla, velocissimamente), poi si è seduta e non ci si è più filati.” “E voi non avete fatto niente?” “Sì: un mio compagno ha provato a chiedere Prof, ma perché ve la prendete con noi? Ma lei si è messa a urlare che siamo degli egoisti e cha la pensiamo esattamente come quelli che sono al Governo e così ci siamo stati zitti e ci siamo messi a farci i fatti nostri”.

Ci sono di quei figli che magari fino a ieri erano vissuti letteralmente in un altro pianeta e che non ne sapevano niente della complessa questione della scuola italiana e, in particolare, della situazione del loro liceo. E non erano stati in grado di spiegarsi meglio, così che qualcuno dei loro genitori aveva a loro volta chiesto spiegazioni ad altri insegnanti, magari amici di famiglia. Ma anche da questi – va detto,con toni molto più pacati –  la stessa spiegazione della prof: In Italia sarebbe dimostrato che i risultati vengono solo suscitando l’indignazione degli studenti e dei genitori, convincendoli a schierarsi dalla parte dei professori e ad appoggiare le loro forme di protesta.

E c’era chi tra i genitori, quasi sempre non facente parte del corpo docente, le considerava proteste “estreme”, che di fatto non ottengono né la complicità, né l’esasperazione degli studenti, ma li danneggiano, privandoli pro tempore del loro già infragilito diritto allo studio,e rafforzando invece la loro idea del fatto che andare a scuola sia una perdita di tempo).

Entro pochi giorni la proposta dell’aumento dell’orario di lavoro era stata cassata dalla bozza di Legge di Stabilità, anche se permanevano molti aspetti da chiarire.

“La prof ha detto che in fondo a lei non cambia niente se avrà più classi e lavorerà di più, ci rimetteranno solo i colleghi più giovani che si ritroveranno senza lavoro. Loro intanto continueranno lo sciopero bianco fino a lunedì prossimo.” Allora qualcuno dei genitori, irritato, aveva fatto (guardandosi prima alle spalle, visto mai ci fosse un prof, ancora più rabbioso, in agguato):  “Ma non li leggono i giornali i vostri professori?” “Boh, intanto partecipiamo all’assemblea”.

Usciti dall’assemblea, gli studenti avevano deciso l’occupazione dell’istituto. Durò ventiquattr’ore, l’occupazione, finché arrivò la Polizia e lo sgombero forzato. “Il Preside è uscito dal cancello e ha detto di guardare su internet quando riaprirà l’istituto, perché prima devono fare le operazioni di … igiene… forse, non ho capito bene.” E poi: “Intanto adesso andiamo all’assemblea che hanno organizzato nel piazzale della chiesa. “Allora cercate di farvi spiegare almeno per cosa state protestando.”

Di ritorno capitò che alcuni dei ragazzi riportassero: “Gli studenti più grandi hanno detto che hanno fallito i loro obiettivi” “Quali erano questi obiettivi, si è capito?” E a quegli studenti, gli stessi che fino al giorno prima erano vissuti letteralmente in un altro pianeta, non restò che fare spallucce davanti ai genitori rassegnati.

Poi, per un caso, lo stesso giorno accadde ancora che qualche genitore andasse ad un incontro in libreria con Piero Dorfles, il giornalista, scrittore e conduttore della trasmissione di Rai3 “Per un pugno di libri”, che riprenderà da gennaio: la RAI ancora una volta non ha soldi (e volontà) da destinare alla cultura. Quel genitore non poté astenersi dal commentare a mezza bocca, col vicino di sedia, “Però, sembra così giovanile, mica come in televisione.” “E nemmeno è così abbronzato, in televisione.” Ma poi si dedicò, com’era sua abitudine, all’ascolto critico.

Dorfles era lì per promuovere il suo libro Il ritorno del dinosauro* e, parlando della difesa della cultura, aveva iniziato, guarda un po’, proprio dalla scuola. Dicendo, grosso modo che l’Italia, di fronte alle sfide della modernità può rispondere producendo solo ciò che, in assenza di altro (non abbiamo pozzi di petrolio o altre particolari competenze che ci distinguono in campo internazionale) da tempo immemorabile le aveva procurato un relativo primato in tema di (presunti, si disse il genitore) benessere e felicità: la cultura. Questo fino all’avvento della mediocrità.

A quel punto accadde che quel certo genitore (un’altra sua abitudine, esercitare i propri diritti) fece una domanda scomoda. Chiese a Dorfles che ne pensasse delle proposte del Governo di insufflare fondi privati nelle casse delle scuole pubbliche, no, perché quel genitore non ne poteva più di questuare per i propri figli una formazione culturale all’altezza della fama della scuola italiana e sentirsi rispondere stancamente “Non ci sono soldi”.

Dorfles, sempre press’a poco, rispose così:

Per completare il discorso sulla formazione culturale del cittadino, dovremmo andare a guardare tutti i comparti che si occupano di cultura e conoscenza, e la scuola è il principale. Se la tv non è un granché, e nemmeno la scuola, è perché investiamo molto poco e non abbiamo consapevolezza dell’importanza di quello che c’è dietro. Se la televisione è importante, la scuola lo è anche di più. La scuola dovrebbe garantire consapevolezza e maturità del cittadino, la scuola il cittadino lo costruisce dalle basi. Solo la scuola pubblica può dare a tutti le stesse possibilità e  limitare le differenze sociali, che pure esistono. Il nostro paese si basa sul fatto che esiste la scuola pubblica, come un diritto costituzionale. In passato si sono incoraggiati afflussi di soldi pubblici nelle scuole private, ora si parla dell’ingresso dei capitali privati nella scuola pubblica.

In teoria, l’iniziativa privata non può che migliorare le cose. Ma chi definisce dove vanno a finire le risorse economiche? E perché dovrebbe applicarsi in un posto dove l’unico scopo è garantire a tutti più apertura, socialità, distribuzione della conoscenza? Ho paura che finirebbe come negli Stati Uniti, dove i privati intervengono, sì, soprattutto nelle università ma anche nelle scuole, quelle di classe, ovvero quelle dove si forma la classe dirigente e della quale a un certo punto della vita ci si potrà vantare di essere andati. Chi frequenta le grandi università americane rimane legato per tutta la vita ad un certo ambiente. Esistono delle fondazioni grazie alle quali i migliori studenti vengono presi e forniti di borse di studio sufficienti a studiare e a viaggiare, e probabilmente diventano i migliori studiosi che abbiamo a disposizione, ma rimangono legati a un’istituzione privata. Ecco, io credo che quando la conoscenza è legata a un’istituzione privata, questa è una conoscenza dimezzata.

Un po’ come la televisione e i giornali. Se uno vive della pubblicità, non può parlar male di chi gli ha pagato il programma, perché alla fine la pubblicità viene ritirata. Lo stesso vale per la scuola. Se un ente privato garantisce un finanziamento, chi ha studiato dovrà accettare, non dico una subordinazione, ma anche solo un controllo intellettuale inconscio per cui non potrà non accettare l’appoggio alle aziende che hanno sostenuto i suoi studi.

È una visione paleomarxista? Non lo so, a me sembra che invece sia una visione democratica. In tutto il resto l’intervento dei privati a me va benissimo. Dalla gestione dei restauri a quello delle aiuole pubbliche. Ma non mi va che il privato entri nei processi educativi pubblici, perché sono… “sacri”. Se nza di essi un paese non è un paese democratico. Se iniziamo a erodere questa dimensione di autonomia e democraticità che ha la scuola pubblica, inserendo degli interessi privati, ho paura che alla fine incideranno nel modo e su cosa si insegna e su quello che faranno pagare a quelli che hanno ricevuto questa formazione.

Quindi, dedusse quel genitore, è un cane che si morde la coda. Quale protesta potrà incidere concretamente su questa situazione, se non esiste una riflessione condivisa, un’opinione basata su studi approfonditi, ma invece si rinnova solo e sempre l’opposizione tra scuole di pensiero, il trincerarsi dietro i pur ottimi principi primi, che il genitore stesso condivide, che non fanno avanzare di un passo un po’ più in là? Forse non era quella la sede, ma Dorfles rincarava, ricordando, più o meno in questi termini che

L’opinione pubblica è distratta, presa più da fini personali che dalla ricerca di una visione progettuale, e questo a causa della mancanza di cultura. Della mancanza di letture, in particolare. Che la scuola insegna solo a leggere e scrivere, non insegna “la lettura”, e di questo “dobbiamo ritenerci tutti responsabili”,

così diceva Dorfles. E come dargli torto. Allora, dato che senza leggere libri o giornali, senza studiare, andare a incontri culturali, si resta soli in compagnia della televisione, i cui contenuti culturali non sono soddisfacenti, aggiungeva di voler proporre una rivolta dello spettatore. Una sorta di sciopero della televisione, come astenersi dal guardare il Tg1 ad esempio.

“Poca cosa”, era capitato di pensare a quel genitore frastornato. Che non guardava più assolutamente nulla in televisione da talmente tanto da non saper risalire a quando aveva cominciato –non certo per snobismo, ma per avere il tempo di poter fare tutte quelle cose che tutti dicono di non avere il tempo di fare, anche quando cercava solo svago o relax (uh, se c’era di meglio)-. E d’altra parte lo stava dicendo anche Dorfles, all’incirca con queste parole: “Si stima che in media una persona passi in media quattro ore al giorno davanti alla TV e poi si lamenti di non avere tempo per la lettura.” Dunque, la televisione avrebbe il compito di riempire il vuoto culturale dei suoi telespettatori. Compito che, a ben vedere, non assolve se non fornendo “pillole”, dichiarazioni lampo di politici a giornalisti prezzolati, che rendono ciascuna delle sette reti nazionali uguale a tutte le altre. Talk show compresi. Un’enorme quantità di tempo trascorso sotto il fuoco di informazioni acritiche e superficiali, rende tutto fuorché cittadini consapevoli.

Quindi quel genitore con la mania delle domande scomode aveva alzato la penna con la quale stava prendendo appunti e aveva chiesto: “Non è che la televisione è un mezzo un po’ obsoleto a cui affidarsi?” E poi si era coperto la testa con tutte e due le mani in attesa della giusta punizione. Ma Dorfles, comprendendo di trovarsi davanti a un genitore giovane (e che soddisfazione, per quel genitore: tanta palestra, tante buone abitudini, il tempo non lasciava tracce, allora!) aveva bonariamente ribattuto:

I giovani a un certo punto invecchiano e scoprono com’è facile sedersi in poltrona. E a una certa età quasi tutti noi diventiamo consumatori televisioni. Si tende a subire, più che a scegliere, il mezzo. Quindi non credo che ci sia la possibilità immediata di un “crollo” della televisione. Io mi chiedo piuttosto se, nel processo nel quale tendono a sovrapporsi i singoli mezzi, non sia possibile che un giorno non saremo costretti a rivalutare la televisione di oggi. Don Chisciotte leggendo troppi romanzi cavallereschi alla fine impazzisce e gli amici decidono di fare un falò dei libri nel cortile. Sia ben chiaro: non è certo il primo caso. Il concetto di libro inteso come limpido e piacevole intrattenimento è abbastanza recente. Se voi rileggete Madame Bovary, c’è un momento in cui la Signora dopo aver avuto una storia con il “nobilotto” del paese, cade in una profonda depressione perché il “nobilotto” l’ha mollata. La suocera scopre che la Bovary passa le sue giornate leggendo i libri che prede alla biblioteca comunale, e subito straccia la tessera della biblioteca: “Cos’è sta storia? Questa donna passa il suo tempo leggendo i romanzi licenziosi e così perde la sua moralità”. La verità è che per molto tempo i romanzi sono stati considerati qualcosa di poco opportuno o meglio di poco edificante. Oggi, se i nostri figli leggono romanzi, noi siamo tutti contenti. Voi capite che il ripetersi di questo processo ci fa immaginare che domani, di fronte a non so quale orrore tecnologico e contenutistico, noi potremmo trovarci a dire: “Che bravo, ha passato la serata guardando la televisione!”

Suscitando l’ilarità e l’applauso di tutti i convenuti.

Sarà, pensò quel genitore. A me sembra che con questa affermazione, si sveli una debolezza che contraddistingue il genere umano.  Quasi una contraddizione con le frasi di apertura del libro di Dorfles: “Pur essendo un dinosauro, però, non mi riconosco affatto nei nostalgici, in chi invoca la “rivoluzione conservatrice”.

Quel genitore pensò pure che la scarsità di tempo non aveva giocato a favore dello svolgimento del dialogo. Perché a quegli incontri con gli autori o non ci si andava affatto, o ci si andava e si cercava il dialogo platonico, lo scambio culturale con lo scrittore, che era pur sempre umano, anche se culturalmente posizionato a ben altri livelli. E si risolse di andare a stringergli la mano e farsi autografare il libro che aveva appena comprato.

Uscendo dalla libreria poi, e respirando un’aria che si muoveva veloce tra i passanti, fresca ed energica, la mente ritornò ad appena un giorno prima. Pensò a quanto ormai era diffusa la tendenza a mitizzare ciò che è meno avanzato tecnologicamente, per paura di perdere qualcosa di quasi sconosciuto ed indistinto. Al punto, a volte, di rischiare di cadere, se non nel ridicolo, quantomeno nella scomodità. Il giorno precedente, infatti, vagando spensierato fra i padiglioni di una fiera, il genitore, che in quel momento si sentiva solo un sé stesso, senza tante altre aggettivazioni addosso, aveva chiesto un caffè al bar. E gli era stato servito dentro una tazzina di carta riciclata, con accanto una sottile paletta di legno tenero per girare lo zucchero. Senza pensarci troppo, dopo aver mescolato, si era portato alla bocca la paletta, per il gesto meccanico di gustare la gocciolina di caffé restata imprigionata. Il ritorno alla natura, certo. E la lingua era rimasta incollata, del tutto asciutta, sulla ruvida superficie del legnetto. Che tra l’altro, in virtù della sua permeabilità, si era egoisticamente succhiato da solo quella preziosa, ultima gocciolina. Così, all’improvviso, il genitore si era ricordato di non essere altro che un genitore in viaggio di lavoro, e che nonstante palestre, letture e buone frequentazioni, il tempo passa, e passa così male. E di come cambiano le cose. E cosa le cambia? Un niente.

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*) Piero  Dorfles: Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura. Ed. Garzanti, 2012

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Daniele Silvestri – Il Colore del Mondo

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(Ma Silvestri non basta mai

Daniele Silvestri – Insieme )

Infinito Presente /6

14 agosto 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

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26 Giugno 2012

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6. Sentire/Vedere

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La primavera è passata per noi, mio caro amico, mio caro amore.

E l’autunno è già arrivato, con il giallo attuale delle sue foglie.

Anzi, è pieno inverno in questa precoce estate

rinfrescata dalla brezza che stasera soffia

sulla terrazza affacciata sul porto di Nasso.”

(Antonio Tabucchi, Lettera al vento*)

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Mezz’ora prima Aldo, che finito di preparare il suo zaino l’aveva accostato alla porta della camera d’albergo, aveva approfittato di un momento di solitudine per accoltellarsi un po’.

Silvia verso le sei del pomeriggio aveva portato il figlio presso il circolo sportivo di una frazione dello stesso Comune, sulle alture che sormontavano i due paesi gemelli, uno la copia riveduta e corretta dell’altro. Lassù si trovavano campi in terra battuta davvero ben curati e vi era giunta in vacanza una coppia di conoscenti di Roma con un ragazzino dell’età del loro Giovanni. Lui per tutto l’inverno precedente aveva seguito un corso di tennis profumatamente pagato da Silvia, che se lo poteva permettere grazie alla sostanziosa rendita lasciata dai genitori. I quali non erano affatto morti, avevano soltanto deciso di trascorrere all’estero il resto dei loro giorni da pensionati, ma prima avevano sistemato ogni cosa perché figlia e nipote non avessero da preoccuparsi per le scelte di vita eccentriche, e in genere fallimentari, del genero.

Aldo aveva accompagnato il resto della famiglia giù alla hall e l’aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio. Silvia aveva l’aspetto curato di una ragazza bene, dimostrava grosso modo dieci anni di meno. Ma quel pomeriggio lui non ci fece troppo caso: alle nove sarebbe salito sul pullman che nel corso della notte, fermata dopo fermata, lo avrebbe riportato indietro. Arrivato in vacanza, aveva messo in conto di rientrare dopo non più di tre settimane (moglie e figlio sarebbero rimasti, serviti e riveriti, nella prigione d’oro estiva che lui aveva loro imposto), ufficialmente per non lasciare troppo a lungo la casa incustodita. Ma il giorno precedente la chiamata del suo ex collega che gli annunciava la possibilità di ricominciare a lavorare, se solo si fosse tenuto pronto a una chiamata che poteva arrivare “il giorno successivo o un altro, comunque molto presto”, gli aveva fornito un pretesto inattaccabile per ritornare alla desiderata solitudine.

E così, nel tempo carico di attesa e di timore che precede la partenza, gli era cresciuto un gran desiderio di riprovarci. Lo faceva sempre più spesso, appena aveva la certezza che sarebbe stato lasciato in pace per un certo periodo di tempo. Comunque, per prudenza, si chiudeva sempre a chiave nel bagno, dove aveva già disposto sulla mensola del lavandino tutto il necessario. Ovvero: un coltellino a lama affilata, che conservava nel borsello con il necessario per barba e doccia, avvolto in un robusto spessore di carta di giornale sulla quale arrotolava un foglio di alluminio (di quelli per conservare i cibi in frigorifero, ormai senza più un’utilità reale, tanto era accartocciato e strappato in più punti), cerotti, acqua ossigenata, grappa. Quest’ultima non era tanto materialmente necessaria al rito, quanto a darsi un certo stordimento che allentasse i freni inibitori. Tracannò dalla bottiglia una sorsata veloce, e non attese nemmeno che scendesse in fondo all’esofago. La finestra, che dava su un cortile cieco, senza altri affacci, era spalancata. Si spogliò, quindi spostò la tenda della doccia, vi entrò ed aprì giusto un debole scroscio d’acqua, ben bollente.

Ormai aveva smesso di incidersi le mani. Tutte quelle cicatrici, le medicazioni esibite tanto di frequente, portavano la gente a essere troppo curiosa. E poi aveva capito che il suo non era un caso così disperato. Stava guarendo, e quello che sarebbe accaduto di lì a poco sarebbe stato solo la ricaduta in un vizio. Aveva già richiesto la cancellazione dell’invalidità, una di quelle cose che mandavano in bestia il suocero: rinunciare ad un sussidio quando non aveva ancora neppure trovato un nuovo lavoro. Ma lui non aveva intenzione di passare il resto della vita bollato come invalido. Da poco tempo voleva ritornare a vivere, voleva farlo con tutte le sue forze, utilizzando ogni possibilità che avrebbe incontrato per la strada. E aveva smesso di preoccuparsi che il suo modo di fare somigliasse più a quello irrazionale di un adolescente che a quello di un adulto che aveva superato la metà della vita. Sapeva riconoscere che la sua inquietudine era la cifra del proprio tempo e in particolare della propria generazione. E che se non fosse andato a fondo cercando di capire, anche vivendo sulla propria pelle tutti gli sbagli e le contraddizioni che gli si sarebbero presentate strada facendo, non sarebbe mai riuscito a superare quel periodo per tornare a guardare avanti.

Utilizzò pollice e indice della mano sinistra per tendere bruscamente la pelle della coscia destra, in un punto ancora non esplorato. L’altra mano era già pronta ad appoggiare sopra la pelle sottile la lama, disinfettata velocemente poco prima con uno spruzzo di acqua ossigenata. Ne premette il dorso fino a vedere il filo sparire sotto pelle. Lo vide, infatti, più che sentirlo. Si spaventò di questo e premette di più, finché avvertì un bruciore perfettamente sopportabile. Un rivolo di sangue iniziò a gocciare silenziosamente sul piatto doccia, allargandosi in macchie filamentose che si unirono in rigagnoli, nel percorrere la pendenza fino allo scarico. Da quel momento, raggiunto l’obiettivo, iniziò a sentire il bruciore nella gamba come fonte di piacere. Sapeva che sarebbe accaduto, come già nei giorni passati. Voleva arrivare a questo. Sperimentare l’eccitazione del sentirsi vivo. Continuò a segnare nuove superfici, solo però qualche millimetro per volta.

Fino a poco prima si era lasciata aperta la possibilità di aprire al massimo l’acqua caldissima, dare un taglio deciso all’altezza della safena grande e accasciarsi senza opporre resistenza al lento addio del sangue a tutto il corpo. Ma nemmeno quello era il giorno adatto, non avrebbe saputo lasciarsi andare verso il nulla proprio mentre sentiva di nuovo la forza della vita scorrergli dentro e dargli tutta quella carica. Chiuse di colpo l’acqua, scappò fuori dalla doccia tamponandosi con un asciugamano scuro, uno che si era ricordato di portare da casa all’ultimo momento. Si medicò in fretta, richiuse tutto nel borsello e si rivestì. Pochi istanti dopo si trovava in strada con il grosso zaino sulle spalle. Zoppicava leggermente e se ne compiacque, sorridendo con discrezione di quel fastidio, mentre si dirigeva verso biblioteca comunale. Si erano fatte le diciotto e trenta e si stava aprendo la conferenza del noto scrittore X. Tra i viventi, uno dei suoi preferiti.

La mezz’ora che avrebbe potuto cambiare il corso delle cose, ovvero la sua vita, si era conclusa senza grosse conseguenze. Le cose stesse avevano scelto di non prendere strade diverse da quelle già tracciate. L’unica eccentricità rispetto alla monotonia della vacanza l’avrebbe trovata lì dove si stava indirizzando. Non era un’occasione irripetibile, tutt’altro, ma desiderava ripartire portandosi dietro qualcosa di diverso a cui pensare. A lui quei luoghi ameni mettevano addosso brividi di disagio, come quando la pelle si rapprende per uno stridore fastidioso. Si giustificava dichiarandosi un uomo metropolitano, uno che non sarebbe sopravvissuto a un anno intero in tanto isolamento.

Attraversò il corridoio che portava alla Sala Conferenze. Odorava di intonaco dato di fresco, un odore che gli era sempre piaciuto. La novità, o almeno il rinnovamento, il moto perpetuo, la vernice passata e ripassata su vecchie superfici, come nel caso di quel camminamento candido, gli dava l’illusione di fare le cose come per la prima volta. Varcata la soglia della sala rettangolare dal soffitto basso, coperto da una scacchiera di plafoniere al neon, delle quali alcune erano accese senza apparente regola, contò non più di una trentina di persone annoiate, comprese le vecchie che aspettavano la messa feriale delle diciannove, e che erano venute solo perché accompagnavano figlie o nuore che avevano studiato fuori e poi erano tornate al paese a sistemarsi, e per le quali quella conferenza era probabilmente davvero l’unico evento degno di nota di tutta una stagione. Poche presenze maschili nel pubblico. Si stupì di non conoscerne nessuno. Faceva troppo caldo e le finestre piccole e alte non permettevano l’ingresso di aria nuova.

Quattro uomini in circolo (ma, notò Aldo, ciascuno chiuso in sé, coi piedi ben piantati in terra e le braccia conserte) si rivolgevano all’orecchio dell’interlocutore di turno mentre questi si inclinava leggermente per ascoltare meglio. Il Primo Cittadino in fascia tricolore, finita la consultazione uscì dal capannello e, dopo essersi toccato il labbro inferiore col pollice un paio di volte, e rivolto uno sguardo senza entusiasmo alla platea, andò ad accomodarsi in prima fila. Aldo volle avvicinarsi per salutarlo, in fondo lo aveva evitato accuratamente da che era arrivato e non voleva che, saputo che era stato lì tutti quei giorni senza farsi vivo, se la prendesse a male. Erano stati amici, un tempo. Non si vedevano da quando giocavano insieme a pallone sul campo terroso di Tresea, il paese accanto, quello semidistrutto dalla frana dei primi anni ottanta, e poi abbandonato da quasi tutti gli abitanti, incapaci di restare in eterna attesa di finanziamenti e aiuti, che si misero presto all’opera per ricostruirlo alla bell’e meglio nel piccolo golfo che seguiva a Sud, lungo il corso della Provinciale, con buona pace di Piani territoriali, ambientali o paesistici. D’altra parte, nessuno alzò mai un’obiezione negli anni a venire. Il nuovo insediamento venne chiamato Pulizzi, dal nome del costruttore originario di Tresea che mise a disposizione, accettando margini irrisori, i materiali e i mezzi necessari. In mezzo al giardino circondato da una recinzione con punte di lancia sulla sommità, sul versante della piazza centrale che affacciava sul porto, era stata collocata una statua a grandezza naturale di Alcione Pulizzi in tenuta da ricco imprenditore (lo scultore aveva reso addirittura il principe di galles, cesellandolo chissà in che modo sopra il bronzo) che indicava a braccio teso e con aria accigliata il nuovo campanile.

Per la consuetudine dovuta al ruolo, il Sindaco Pinardo gli porse subito la mano con decisione, benché fosse chiara la sua incertezza sull’identità dell’uomo chinato su di lui. Lo squadrò con gli occhi semichiusi, ma doveva essere un atteggiamento, pensò Aldo, perché aveva un paio di vistosi occhiali poggiati sul naso sudato e ricoperto di capillari colorati. Una veloce rinfrescata alla memoria gli consentì di riconoscerlo, e a quel punto si alzò di scatto per abbracciarlo calorosamente. Forse avrebbero potuto dirsi di più ma il gracchiare del microfono che veniva acceso diede ad Aldo l’occasione per sganciarsi e andare ad occupare in tutta fretta una sedia qualche fila più indietro.

Alzò lo sguardo. Al posto dello scrittore atteso, al centro del tavolo sedeva una donna, con una maglietta blu scuro da poco prezzo e pantaloncini corti di colore beige. Le sue gambe incrociate sbucavano da sotto il piano e oscillavano a un ritmo agitato, guidate dal movimento ritmico dei piedi fasciati da sandali bassi e spartani. La sconosciuta guardava in alto, sopra le teste dei presenti. Si mordicchiava le labbra a turno, ora il superiore e ora quello inferiore. Le si avvicinò uno degli organizzatori che, dopo averle detto qualcosa a bassa voce, le rivolse un largo sorriso stringendole forte una spalla prima di lasciarla nuovamente sola. Lei si schiarì la voce.

– Buona sera, – disse. Aldo notò dapprima un particolare accento e subito dopo che il tono di voce era leggermente impostato, come di una persona abituata a parlare in pubblico, ma che comunque si trovava fuori dal proprio ambiente. L’esordio fu una palese mossa per prendere tempo. Pronunciò il proprio nome e cognome e annunciò la defezione imprevista dello scrittore. Aldo capì l’antifona e si dispiacque che di lì a poco avrebbe portato nel viaggio verso casa soltanto il fastidio di un’attrazione da mezza tacca da paesino di provincia. Iniziò a sperare che la cosa non si prolungasse oltre i limiti della decenza. Lei proseguì con qualche banalità.

 – So che sperate che mi riveli all’altezza di chi doveva essere seduto qui al mio posto, ma temo di dovervi deludere. – Voilà. in questo modo si era alienata subito la metà del pubblico.

– Sono nativa di Tresea, e sono una scrittrice. Un certo tipo di scrittrice, poi. Fine delle similitudini. Perché, vedete, no non si scomodi, lei in seconda fila, a nascondere lo sbadiglio, se vuole può anche alzarsi. Non sono abituata ad avere un grande pubblico -. Aldo si era fermato alla prima affermazione. Iniziò a chiedersi se non l’avesse già conosciuta in passato, fin da subito gli era sembrata una faccia nota.

– E la sede, certo, non è delle più comode – aggiunse, accompagnando alle parole il gesto di un braccio che descriveva in un arco la desolazione della sala. Il Sindaco gli stava seduto davanti, ma immaginò lo stesso che a quella battuta l’avesse incenerita con lo sguardo.

– Si possono aprire un po’ più le finestre? …Per favore? – Nessuno dava un seguito alle sue richieste. Qualche vecchia che si sventagliava già da un po’ alzò appena gli occhi verso le poche vetrate rimaste ancora chiuse. Finché il Sindaco non afferrò le redini della situazione intimando a un tizio che stava in piedi sul fondo di spalancare quelle stupide finestre. Poi, una volta in piedi, prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni e prese l’uscita bisbigliando. Il brusio, che si era acquietato con l’apertura del microfono, riprese a salire. Aldo immaginò che avrebbe assistito a una conferenza sulle ricette della tradizione culinaria locale. Era pronto ad infilarsi dietro a una delle persone che stavano alzandosi e andandosene.

– Non avendo preparato materiale per questo incontro sono costretta ad andare a braccio. Inizierò col dirvi che mi occupo di scrittura per il cinema. Ma non vi parlerò di “story telling” tout court. Oddio, ho infilato quattro termini stranieri in fila, e in lingue diverse! Ah, ah! – I quattro gatti che erano rimasti risero, l’avevano presa in simpatia. La battuta aveva annullato la distanza. Aldo si tranquillizzò e restò a sentire come sarebbe andata a finire. Anche se lui di cinema non se ne intendeva molto. Era solo che aveva realizzato di avere qualcosa da domandarle. E poi lei aveva preso a parlare con scioltezza non appena aveva bloccato gli occhi, fissi sopra i suoi.

Disse di aver realizzato dieci plot, poi tradotti in film, di cinema indipendente nordamericano. Disse cose intorno alle teorie, aggiungendo che lei non ne seguiva, ma che piuttosto cercava di far reggere una storia, anche nel campo dell’assurdo o del fantascientifico, mantenendo un’onestà di fondo nei confronti dei suoi personaggi. Che era partita praticando la pittura, come sua madre.

– Qualcuno in sala l’avrà pure conosciuta, vivevamo in Contrada … prima dello smottamento del monte Foleno.

– Come no, – disse ad alta voce una delle vecchie in sala, – Norma la

Norma la matta, certo, – l’anticipò lei, arrossendo sotto l’abbronzatura, – Era di origine russa, lo sapevate? Amava così tanto questi posti che li aveva scelti come patria, e qui è venuta a morire.

A quelle parole seguì un breve lasso di tempo, talmente breve che chi durante il suo svolgersi provò imbarazzo, non fece in tempo ad accorgersene, perché subito lei riprese:

– Io venni data in affidamento a una famiglia che emigrò negli States e mi fece studiare. Laggiù sono diventata quella che sono oggi.

Aldo sbatté le palpebre due o tre volte di fila, come sorpreso da una rivelazione della quale però stentava ancora a individuare i contorni. Lei tornò ad aggrappare al suo sguardo il proprio. Lui lo sostenne, stavolta come se la stesse sostenendo con un braccio in vita per impedirle di cadere. Di Norma la matta se ne ricordava eccome.

– Come pittrice, il mio primo interesse era stato quello di descrivere lo spazio. Paesaggi, strade, città. Poi è arrivato il matrimonio e subito i figli. E, chissà com’è, quasi rinascendo insieme a loro, ho sentito farsi avanti nuove esigenze. È stato come se mi fossi resa conto che alla pittura, il mio mezzo d’espressione nel mondo, mancava qualcosa che completasse la realtà descritta dallo spazio. Mancava lo scorrere del tempo. O meglio, in molti ci avevano già provato, dalle avanguardie futuriste in poi, ma quell’epoca, il primo Novecento, è andata, svanita. Dirò di più: è fallita. Annientata dallo sconvolgimento culturale seguito alle due guerre.

Io, quando i figli sono arrivati quasi all’adolescenza, vedendo arrivare al termine il mio compito di madre che genera, nutre ed accudisce mi sono accorta di dover, probabilmente, o almeno spero – si nascose la bocca con la mano, sbuffando dal naso una risatina nervosa, – vivere ancora a lungo, ma senza più poter avere come bussola il compito assegnatomi dalla natura. Questo all’inizio mi ha provocato un disagio. L’ho sentito crescere dentro di me giorno per giorno, finché senza preavviso, mi sono trovata a un bivio. Riprendere a dare la vita. Non alla carne, ma a qualcosa che lo stesso percorra lo spazio e insieme il tempo. La vita ancora, quindi. Altrimenti, – Aldo avrebbe concluso la frase anche da solo, – avrei preferito morire. – E finalmente, nel pronunciare queste ultime parole, lasciò gli occhi liberi di vagare nello spazio davanti a sé, appoggiandosi allo schienale e prendendo un respiro profondo.

Le sedie della prima fila, dopo l’uscita di scena del Sindaco, erano completamente inutilizzate. Dalla seconda fila all’ultima erano rimaste sì e no tre donne sulla quarantina, attente e mute. Le vecchie ormai erano tutte andate a messa. Aldo si rese conto di dover dare una registrata alla propria espressione. Strizzare un po’ gli occhi, cambiare fuoco guardandosi attorno. Era dispiaciuto del silenzio che si stava prolungando, in assenza di un contraddittorio. Così alzò la mano per prendere parola. Lei sollevò l’arcata sopraccigliare, sorpresa. In quel momento si spensero le luci e un bibliotecario zelante invitò i presenti a imboccare la porta.

Mentre attendeva che il pubblico residuo, le tre donne, la liberassero, si andò ad appoggiare al muro appena fuori dalla porta della biblioteca. La vide uscire e le si piazzò davanti, spaventandola. Come lei si riebbe, Aldo si presentò e, d’istinto, la prese sotto braccio camminando. La guidò fino al giardino con la statua di Pulizzi, facendole sommari complimenti e scoprendosi un poco nelle sue passioni. Non le disse però che anche lui c’era, durante i giorni dell’inferno di Tresea. Alla luce del tramonto lei aveva gli occhi più chiari e una bocca morbida dischiusa in un sorriso. Aldo lo ricambiò, senza altro perché che quello dettato dalle leggi di natura. Provava una vicinanza maggiore di quanto non lo fosse nel tempo che stavano vivendo. Dopo averle preso il braccio aveva iniziato a percepire una realtà più intensa, e ad avvertire i significati più profondi delle parole che scambiavano tra loro, nascosti dentro le frasi che sbocciarono in pochi istanti: – Sapeva, vero, che Carver ha descritto in un suo racconto* le ultime ore di Cechov? – Ho problemi con le storie, credo piuttosto nel caos…,La vastità del reale è incomprensibile… – La vita è prigioniera della sua rappresentazione. Del giorno dopo ti ricordi solo tu.**

Aldo prese un respiro con l’intenzione di utilizzarlo per recitarle “Tu mi portasti un po’ d’alga marina nei tuoi capelli, ed un odor di vento.” E per poi spiegarle: “Questa frase è dedicata a una donna che un giorno troverò in un porto, ma lei non sa ancora che ci incontreremo”***, quando un uomo biondo, alto e ben piazzato, fece capolino da dietro la siepe, pronunciando – Heèy.

– Hey, dear, I’m coming, – rispose lei, sganciando prontamente il braccio dalla presa.

Lo straniero notò che Aldo tentò di dire un’ultima battuta, mentre sua moglie gli veniva incontro.

Qualcuno di quelli appoggiati coi gomiti alla ringhiera sopra il porto si accorse della scena. Fu espresso qualche commento a mezza bocca. Videro la coppia allontanarsi con lo stesso passo lento verso la fine della piazza. Le campane iniziarono a suonare mentre l’uomo che era rimasto solo s’incamminava a sua volta in direzione del deposito dei pullman. Zoppicava in modo non troppo evidente e teneva appoggiata su una sola spalla una delle due cinghie dello zaino. Presto anche quelle persone compirono gesti consueti, tornando verso le loro case o le stanze della villeggiatura per cenare.

Su tutta la scena si spandeva la luce dorata proveniente dal mare, era il riflesso del Sole che vi si immergeva. Sole che osservava con uguale distacco e tedio i movimenti degli uomini e quelli delle formiche, a poco a poco indistinguibili tra loro a causa della lontananza del punto d’osservazione e  dall’avanzare implacabile dell’oscurità.

[continua]

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Paolo Conte – Fuga all’inglese

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*) Raymond Carver, Errand – The New Yorker, June 1, 1987

**) Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi Ed. Feltrinelli, 2010; Wim Wenders, Stanotte vorrei parlare con l’angelo – Scritti 1968-1988, Ed.ubulibri, 1994

***) Antonio Tabucchi, raccontoVagabondaggiosu Dino Campana

Infinito Presente /3

27 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

27 Luglio 2012

3. Spegnersi/Sterbere

Del libro ne avevamo già parlato. Quello che mi sgomenta ultimamente è la sensazione, come nel titolo (è il titolo, il titolo più l’immagine di copertina, insieme, che mi hanno spinto a comprarlo) che si stia facendo sempre più buio. È vero, è estate: giornate lunghe, vento caldo (come cantava Alice), aria frizzante. Ma quante ne ho vissute di estati, a volte clamorose. Tutte sfociate in inverni interminabili, col freddo dentro e fuori e vento e pioggia che spazzano tutto via. E poi estati e inverni, e giorni e giorni uno a seguire l’altro. Aspettavo il Natale, e la carta da regalo in terra era quello che restava della meraviglia, l’attimo fuggente era già passato. E subito dopo era già un altro Natale, sempre un po’ meno bello del precedente.

Dicevo del buio, che vedo incombere ora come se fosse quasi inverno. L’attesa di un giorno importante, come riempie il cuore. Ma quel giorno, per quanto pieno sia e come venga tirato da ogni parte per allungarlo e ritardarne la fine il più possibile, è solo un confine. La pagina di un libro, scritta davanti e dietro, parla dell’attesa prima e della rielaborazione poi di quell’attimo, o attimi vissuti, che sono soltanto il bordo tagliente del foglio. Mettiamo che io e te riusciamo a vivere insieme una giornata (oh quanto l’abbiamo aspettata). Adesso non l’attendiamo più, è già trascorsa. Ora che abbiamo realizzato il sogno ci resta la sua rielaborazione, ma ne converrai che non è la stessa cosa del viverlo al presente. Se siamo stati bravi ci siamo lasciati travolgere dai fatti, senza perdere tempo a scattare fotografie. “Ne avremo di tempo per scambiare parole” mi hai detto a un tratto, guardando oltre la mia spalla. Ci racconteremo la vita per non morire della sua assenza. E il buio intorno è lo spegnersi della meraviglia, la fiamma che si fa fioca, il cerino quasi del tutto consumato, è allora che si tentano gesti come gettarsi nel traffico a semaforo rosso. Si narrano storie che sono più vere della vita stessa.

Apro a caso le pagine del libro. Ecco un racconto, che strano, fa giusto al caso mio. Parla di un viaggio mai fatto, del suo non essersi mai svolto come apoteosi della realizzazione, intesa come compimento assoluto della realtà. Tu dici che non conta più il passato, che ora siamo come due persone nuove. Non voglio sentirti ragionare come la Bovary “con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava”, non tu che mi sei venuta incontro sorridendo sulla banchina, sotto la pioggia, come se mi avessi riconosciuto dopo tanti anni. E invece ero soltanto un uomo che avrebbe potuto essere quello che hai aspettato, oppure un altro a caso. Come facevi a saperlo, e come l’ho saputo io che quella che camminava lentamente verso di me, i tratti del viso indistinguibili, tremando per l’emozione, che mi ha abbracciato respirando forte, senza alcuna esitazione, eri proprio tu? Che cosa conta che sia accaduto veramente? Ora quell’incontro, la sua immagine, la forza che mi da, è diventato il centro della mia esistenza.

Non che io non abbia più una moglie e un figlio, né che tu non tenga a cuore la tua famiglia. Ma “Ich sterbe”, dicesti. Lo mormorasti così piano, in quell’abbraccio sotto l’acquazzone, che ti dovetti chiedere di ripetere che cosa avevi detto. E quando lo compresi, allora ne fui certo, che eri davvero tu. E davvero tutte le albicocche furono solo per noi, metà per uno, una per ogni abbraccio. Un chilo di abbracci e di albicocche solo per noi.

Ho solo due rimpianti, che il resto lo rielaboreremo poi. Un rimprovero per te, ma col sorriso, di non aver più dato seguito all’annuncio, non avermi più letto quella poesia (anche se tante, quante le metà frutta che ci mettevamo in bocca l’uno all’altra, ne abbiamo udite fremere nell’aria, in mezzo ai nostri abbracci interminabili), e uno per me stesso, di non aver finito di raccontare di quella mia intuizione sul nostro incontro che era prossimo e sull’attimo che fugge. Ma a questo ho appena rimediato.

[continua]

Paolo Conte – La Donna della tua Vita

Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /1

5 luglio 2012

1. Di foglie, di finestre e di fontane

5/07/2012

Mio caro Amico,

sono una frequentatrice di caffè, vi entro spesso, ogni volta che mi trovo in un posto nuovo e voglio conoscerne l’essenza. Che detto così ricorda la freddura “Un uomo entra in un caffè. Splash”. Qualcosa di simile però avviene davvero con me, quando mi trovo in questi nuovi luoghi io mi ci immergo. Stanotte non avevo sonno e sono venuta a cercarvi. Avete lasciato tracce, io le ho seguite. E mi hanno condotta guardacaso in un caffè, aperto alle ore piccole. Bene.

Un vecchio Juke Box coperto di ragnatele stava appoggiato al muro. Due uomini male in arnese sedevano ad un tavolo appartato. Sentivo freddo, dopo la lunga camminata all’aria aperta. Per riscaldarmi mi sedetti a un tavolo accostato al loro. Sfogliavano il giornale. Uno diceva:

– Ti voglio leggere questo: ACEA, cinque milioni di premi ai dirigenti

– Cos’è l’Acea? – rispose il più vecchio, che sembrava cieco.

– Ah, già, tendo a dimenticarmi che non sei italiano. Ma anche se lo fossi, se non vivessi a Roma te lo dovrei spiegare. L’Acea è stata, storicamente, la società monopolista per l’acqua a Roma, dal novantadue contende ad Enel l’energia elettrica della capitale e adesso è una grande multiutility italiana.

– Ah, bé, una multiutility!

– Ah! Ah! Vecchio mio… – Commentò l’altro,

– Allora, qual è il punto?

– Altro che emergenza democratica, qui il cancro ormai ha metastasi dappertutto. Io mi domando come sia possibile che avvengano cose come questa senza che nessuno si opponga. In questo momento, poi.

– Spiegati meglio.

– Niente di nuovo, certo. Però… Qui dice che non pagano i fornitori per mesi e intanto i dirigenti intascano gli utili come “premi” di produttività.

– Un’azienda così grande.

– Bella roba – Mi permisi di intervenire. Era stato il mio compleanno e avevo in circolo abbastanza alcol da farmi straparlare. I due si girarono verso di me, tesi loro la mano e così ci presentammo. Il vecchio, quello cieco, si chiamava Jorge, aveva origini argentine, appassionato di Germania ed Inghilterra. L’altro, Antonio, era un italiano fissato con il Portogallo. Strana coppia a quell’ora della notte. Ma non erano gli unici avventori, oltre a me, s’intende. Il posto era molto grande e ben illuminato. I tavoli venivano pian piano occupati da gente, come dire, diurna, come impiegati, suore, turisti e scolaresche. Davvero molto strano. Gli schiamazzi e il rumore di tazzine andarono aumentando.

– Sapete, – proseguii con chiacchiere da bar, a volte come mi soddisfano, – sono cose frequenti queste, in Italia. I dirigenti intascano e i dipendenti vengono vessati da continue minacce e proibizioni. Se proprio ci fosse la volontà di migliorare le cose, andrebbero tenuti da conto i meccanismi che regolano la risposta a premi e punizioni. Le neuroscienze…

– Carissima, – mi interruppe Jorge, – Senza dubbio la questione è appassionante, ma mal posta. Lei tratta le cose in termini di dipendenza.

– N-no, io… – balbettai.

– La prego, mi lasci proseguire. Come se gli uomini non avessero possibilità di scelta. Atteggiamenti scritti nei nostri geni governerebbero la nostra capacità di giudizio. Se quegli uomini, quegli impiegati e quei dirigenti, dico dell’Acea come di ogni altra azienda, riuscissero ad accostarsi al loro lavoro, ed alla vita, quindi, che spesso con il lavoro coincide in molti aspetti, cercando di intuirne la poesia, la visione, la ricerca della felicità, anziché accanirsi contro gli aspetti fallimentari…

– Cioé, cosa vuol dire, dovrebbero raccontarsi delle storie per fingere di star meglio?

– Lei è così giovane.

Non so che dirvi, amico mio, anche se voi sapete quanta gioventù vi sia ancora nella passione, ad esempio, che mi spinge a voi, il termine espresso da questo vecchio al termine dell’esistenza, se non forse già morto, mi estrasse dai polmoni un sospiro malinconico.

– Anch’io da giovane ero ossessionato dalla separazione tra romanzo e poesia.

– Ma cosa c’entra? E… come fa a saperlo? – Le orbite bianche di Jorge ruotarono nella mia direzione. Mi sorrise, di un sorriso dolce.

– Se lo conosco bene, Jorge vorrebbe proporle la sua soluzione: l’unione di una successione organizzata di circostanze, il racconto, con la riscoperta del valore originario delle parole operata dalla poesia, l’epica…

– Piuttosto le parlerei di lealtà verso i propri sogni* – lo corresse l’amico.

– Sia come sia, il romanzo è morto.

– Un brindisi al romanzo, allora.

– Cin cin, – risposi, incerta, alzando il bicchiere di the freddo.

– Sedevo in questo stesso caffè alcuni anni addietro, – riprese Antonio, sostituendosi all’amico, – e avevo in mente il colore delle foglie, il loro colore attuale (“ciò che è ora e che non è più subito dopo. Ciò che trascorre), mi venne in mente come quell’essere attuale impedisca a strade parallele d’incontrarsi. Giochi proibiti**. Pensai il poeta è un risentito, il resto è nuvole. E, guardi, giusto in una cartella come quella…

– Quale?

– Quella davanti a lei – Me la indicò. Era sotto il mio naso, ma la vedevo solo in quel momento. Una cartella azzurra, sopra c’era scritto “Tra sole e ombra” (io pensai a voi rabbrividendo, sentii le vostre labbra sulle mie spalle).

– …Trovai il mio senso dentro una Iper madeleine lì contenuta.

– La apra, su la apra. – mi incitarono, eccitati come bambini.

Sollevai il lembo superiore della cartella e ne tirai fuori dei fogli stropicciati. Non c’era alcuna logica. Tuttavia incominciai a leggere e, in quel momento, accadde qualcosa di imprevisto.

Coro Premiere ensemble de AGAO – Día europeo de la opera 2010

*) Jorge Luis Borges – “L’invenzione della poesia”, Ed. Mondadori, 2001

**) Antonio Tabucchi – “Si sta facendo sempre più tardi”, Ed. Feltrinelli, 2001

Forbidden games, racconto compreso in questa sorta di romanzo epistolare, era stato concepito come introduzione a un libro fotografico di Márcio Schiavone “And between shadow and light / E entre a sombra e a luz” (Dorea books and Art, São Paulo 1997). “La fontana comunale era di ghisa […] Una brocca, una donna nuda sul balcone, avrebbe voluto parlarti se avesse potuto, ma era un’immagine di sempre e il sempre non ha voce”.

[segue]


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