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Cambiano i tempi

9 maggio 2013

Una volta, cioè due giorni fa, era tutto diverso. Diversi i gradi in meno, diverso il clima. Pioveva dal cielo a goccioline, come da un annaffiatoio, sulle siepi fiorite di gelsomino che sfioravo passandoci accanto mentre andavo al lavoro. Il giorno si era aperto con la bruma, quello stato dell’atmosfera che tipicamente predispone alla malinconia. Cielo basso, aria grigia, assenza d’ombre. Umidità diffusa, tanto da avere l’impressione che la pioggia si fosse dimenticata della gravità.

Lo devo dire? Io non ero contenta. Mi sarei accontentata di una felicità istantanea, moderna, mordi-e-fuggi, da sfruttare finché c’era, sapendo che sarebbe durata poco. Mi sono stretta nel giaccone e ho fatto partire in cuffia Paul Weller, “You do something to me”.

E il reale è diventato iperreale: la siepe più odorosa, la pioggia più bagnata, la commozione più intensa. È tornata la Primavera, quella della vita, con le stesse fitte dentro al petto perché c’è qualcosa di sconosciuto e tremendo che deve assolutamente realizzarsi e tu cercherai di opporti perché andargli incontro può voler dire correre il rischio di sperimentare qualcosa di ancor più doloroso. Qualcosa che ha avrebbe a che fare con la gratitudine, perché dovrebbe esistere qualcuno che te lo fa dire, qualcuno a cui lo dovresti dire, per tirarlo dentro e farvi avvolgere insieme da quella sensazione. In quei momenti sai che la vita può sembrare di essere tutta lì, che davvero non ci sia bisogno d’altro. È chiaro che è una balla, se superi i vent’anni, se lo fai davvero, lo capisci a suon di porte in faccia. E quindi questi cambi di tempo così inaspettati arrivano come un regalo da scartare da soli, in segreto, e con cautela.

Passano appena un paio di giorni e la bruma è già un ricordo lontano, la nebbia si è sollevata ed è comparso il solleone. Tutti al mare, tutti al mare. No cara, tu resti al chiodo come tutti, intima il demone ordinario. Tranquillo, dicevo per dire, non ci pensavo proprio. Tanto me lo porto dietro, il mio scampolo di straordinarietà. Si chiama bicicletta. Qui, a Roma, tutte buche sampietrini e sensi unici, regno dei motorini e dei pedoni grande dolor. Che sfida.

Ed è trascorso un anno da che sono diventata parte della schiera di anarchici delle due ruote, oggi sono io che faccio invidia agli altri, nei giorni in cui lo sciopero dei mezzi pubblici trasforma in un ciclo epico lo svolgimento della transumanza quotidiana.

Sulla mia Dahon blu pieghevole, trovata d’occasione, che sale con me in metropolitana e insieme a me ne discende, aprendosi come un libro per regalarmi di nuovo la libertà del vento in faccia, di respiri profondi (e che m’importa se l’aria puzza, conta l’idea), di potermi sollevare e guardare la strada dall’alto come se ne fossi la regina. Ho ritrovato i “Ciclomobilisti” che festeggiano sempre oggi il Bike 2 work day” 

Bike2workday2013

I tempi cambiano, tutto resta inquietantemente uguale.

Cambiano i tempi1

L -36

28 aprile 2013

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PieghevolePieghevole

Sembra una bicicletta, invece è un volantino.

Si infila, curva stretto, discende pian pianino.

Lo flette una folata,

Non si spezza, va in volata.

C’è scritto “Vedi di pedalare, ragazzino”.

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Può sembrare un paradosso ma la sparatoria di Palazzo Chigi, le urla da Roma città aperta, tutte le stupidaggini dette prima, durante e soprattutto dopo, mi hanno richiamato il limerick qua sopra, che prende spunto dalla mia bici. Tanto per chiarire, il “ragazzino” non è l’attentatore.

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Riso amaro

5 marzo 2013

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Ieri avevo gonfiato le gomme alla pieghevole, volevo tornare a usarla, visto il bel tempo e l’aria marzolina. Avevo controllato le luci, i freni,  dato una spolverata a sellino e manubrio, ma poi, per un presentimento, ho lasciato perdere. Meglio così, perché a sera sono arrivata con un maldischiena atroce, l’autobus del ritorno, anche se in compagnia della mia amica Marzia, è stato il colpo di grazia. E oggi mi ritrovo a casa, devo stare il più possibile sdraiata, quindi utilizzerò meno energie possibili su questo post, mi scuserete.

La mia maggiore fonte di distrazione, oltre a La Strada di Cormac McCarty che però, causa crisi di panico indotte dalla lettura, devo interrompere spesso, sono i tweet.

Mica l’avevo capito prima il potere di un tweet ben formulato. Un aforisma che coglie l’essenza del contemporaneo, creato sul momento da menti geniali o fortunosamente tali per un momento solo della loro intera esistenza. Leggerli in sequenza, apprendendo le notizie e le loro sfaccettature, è davvero un’esperienza da fare. Tanto più che i tizi che seguo in genere non parlano di fatti personali. E questo aspetto che distingue Twitter da Facebook, me lo rende simpatico, ‘sto social network.

Per esempio,

Galatea

Tweet nel quale Galatea Vaglio reagisce alla bestialità affermata di Roberta Lombardi, neoletta capogruppo alla camera del M5S.

Ma anche:

Asino morto

Che sullo stesso argomento è un cortese richiamo alla Storia di Asino morto.

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Che oggi, tormentata dai dolori (ma non abbattuta, tranquillo, ci vuole ben altro) , non avevo testa di seguire i notiziari. Piuttosto continuava a tornarmi in mente la conversazione di ieri con Marzia, la mia collega trentaduenne, dolce come Biancaneve, precisa come il Grillo Parlante, innamorata come Cenerentola del suo Amò, col quale è andata a vivere da poco. E col quale ha fatto di recente un viaggio a Bali.

– Non saremmo mai tornati. Un posto da sogno. Non per il mare, che non è bello, troppe onde, forse bello per i surfisti. Ma per la calma, la gente che ti sorride anche se non ti conosce, che ti fa favori in cambio di pochissimi spiccioli. Poi ci sono quei negozianti che mettono delle offerte di fiori e cibo davanti ai negozi tutte le mattine. E che pregano, come preghiamo noi, ma più volte al giorno le loro divinità.

– Induisti, giusto?

– Si, credo, ma insomma, mentre noi preghiamo per dovere, loro lo fanno per un’esigenza interiore.

– Si vede che sono proprio disperati.

– Macché, è tutta gente talmente serena e semplice che all’inizio ti sembrano anche – pausa per guardarsi attorno, e poi, in un filo di voce – Ritardati. Ma non lo sono, dopo un po’ ti ci abitui e non vorresti mai venire via da lì.

– D’altra parte sono talmente poveri e senza gli stimoli di una società complessa come la nostra che è normale che sembrino “in ritardo” rispetto ai nostri tempi di reazione.

– Giusto, però dev’essere proprio qualcosa di innato, perché lo vedi che loro sono proprio felici.

– Come sarebbe a dire “felici”.

– Sì, per esempio, vanno a lavorare tutte le mattine nelle loro risaie, no? E lo fanno sorridendo.

– Ma, scusa, chi lavora nelle risaie, le donne?

– Sì, le donne, e anche i bambini.

– I bambini. Ma guarda che non possono essere felici di questo, al più saranno abituati, io ho una parente mondina che mi racconta di essere contenta di averlo fatto per poco, da ragazzina giovanissima. Ore china sulla risaia, con i caporali che controllavano, la fame, le malattie, la paura degli stupri…

– Mondina? Risaia?

– Non… non conosci le mondine? I canti delle mondine, Sciùr padrun da li beli braghi bianchi. Le ragazze che lavoravano in risaia fino a metà Novecento. Si divertivano talmente a spezzarsi la schiena in ore e ore immerse nei campi allagati a rischio di malaria, che furono tra le prime lavoratrici a rivendicare diritti sindacali. E divennero famosissime per questo.

Biancaneve aveva alzato le spalle e le maniche a sbuffo avevano quasi raggiunto il fiocco sulla sommità del suo capo.

– Non sapevo nemmeno che in italia si coltivasse il riso.

Trentadue anni, italiana, donna, laureata, un buon lavoro, ha sicuramente votato due domeniche fa. Poi uno si meraviglia che venga rappresentata da persone che, a voler essere buoni, non conoscono la Storia.

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Che male, che reni spezzate. Torno a sdraiarmi e guardo un cartone animato, che è meglio.

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Le primarie di Roma: eleggiamo il sindaco col TwitBattito #13RM

11 febbraio 2013

Visto che ci siamo….

bici


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