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Gemme

5 marzo 2013

Questo post è una gemma del precedente, dove l’amico Max, commentando, insiste a battere là dove duole il dente (nel mio caso dove duole la schiena, più piano Max!) e segnala un articolo apparso a dicembre scorso nella rubrica Cultura de Il Messaggero. Lì Tullio De Mauro, accademico della Crusca, tratta del basso tasso di alfabetizzazione (tout court e non solo storica) degli italiani.

Il concetto esposto è questo: Nonostante l’aumento delle persone diplomate e laureate, per queste, una volta uscite da scuola, è plausibile attendersi un progressivo e fisiologico regresso culturale (a meno di non praticare in autonomia aggiornamenti costanti). Ma dal ’95 abbiamo a disposizione “due indagini comparative internazionali, osservative, sui livelli di alfabetizzazione degli adulti” e scopriamo che

Un 5% della popolazione adulta in età di lavoro – quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 14 e i 65 anni – non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere che ha sotto il naso. Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello; e al secondo livello, dove le frasi si complicano un pò, si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente ”a rischio di analfabetismo”. Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso al pubblico – anche se è scritto bene, cosa tutta da vedere e verificare. E così siamo ai tre quarti della popolazione […] Resta un quarto neppure della popolazione su cui la seconda delle due indagini infierisce, introducendo domande più complesse, di problem solving, cioè di capacità di utilizzazione delle capacità alfanumeriche dinanzi a problemi inediti. Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea: nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso.

La notizia compare accanto a quella delle nozze della pornostar (abito bianco come la neve e rose rosse come il sangue, chi ricorda?) Roberta Gemma. Anche questa è cultura ormai e, d’altra parte, è quasi primavera. Le gemme, se non ora, quando?

roberta gemma

Roberta Gemma

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Mi sono laureata negli anni 90 con una tesi progettuale su un’ipotesi di collocazione urbana di un Parco scientifico e tecnologico, a quei tempi un concetto maturo e digerito negli ambienti scientifici e culturali internazionali fin dagli anni sessanta. Centri di ricerca e sperimentazione imprenditoriale, aventi parecchi punti in comune con le Città della Scienza, come quella di Parigi, seguita da esperienze in tutto il mondo, tra cui Genova e Napoli, in Italia.

Qui da anni c’è una fioritura di proposte scientifiche divulgative della scienza e, nonostante questo, gli italiani non ne sono proprio attratti.

Costretta a casa, e inquieta per non poter nemmeno passeggiare su e giù, riesco a tollerare davvero poca televisione, meglio i libri. Ma dopo pranzo ho seguito su Rai3 una puntata di Leonardo che grosso modo informava di questo:

Secondo una recente indagine sull’alfabetizzazione scientifica degli italiani, da noi una persona su due dice che il Sole è un pianeta, l’elettrone è più grande dell’atomo, gli antibiotici servono a combattere i virus. E solo il 45% dei laureati ha dato risposte esatte. Nel 2012 il livello di competenza scientifica degli italiani è calato, si informano prevalentemente tramite la tv. Il web non viene utilizzato per aumentare la propria conoscenza che dal 50% dei navigatori, e solo il 30% effettua ricerche scientifiche.

Andiamo proprio male allora, e dunque che interessi poteva avere chi ha bruciato la Città della scienza di Napoli, e perché proprio adesso? Elisabetta Della Torre, sul blog Fisici per il mondo dice giusto:

questo avvenimento […] è il simbolo di un’Italia che non rispetta la scienza ma anzi le è ostile. E di un’Italia che non rispetta se stessa e quello che di meglio ha da offrire.

E forse c’è dell’altro. È in atto una mobilitazione a scala mondiale e molto viva in Italia. Un’attività spesso gratuita e misconosciuta ai più, svolta da addetti ai lavori che tentano di diffondere l’idea che la Scienza e il finanziamento della ricerca scientifica non soltanto servono per proseguire sul cammino dell’evoluzione, ma, se comprese nella loro importanza dalla popolazione (alfabetizzata), possono essere criticate, indirizzate, sostenute, anche in previsione di legiferazioni mirate e consapevoli su alcuni temi caldissimi del dibattito contemporaneo (per esempio, le TED Conferences, ormai un fenomeno anche italiano, la “versione mignon” sui soli temi scientifici attuata dai canadesi Asap SCIENCE, i blog di scienziati come Amedo Balbi o Anna Meldolesi, e infine, lo richiamo ancora una volta, il lodevole intento di Dibattito Scienza a richiedere impegni precisi ai programmi dei candidati alle elezioni, ma volendo l’elenco si estende a molte altre esperienze, compresa quella di clown scientifico del mio amico Pietro Olla).

Non a caso i talenti italiani più quotati all’estero sono scienziati. A questo punto non è difficile capire cosa li abbia costretti ad espatriare da questo paese: l’ascesa di una “spinta involuzionistica” da cui guardarsi bene e contrastare sul nascere, assolutamente.

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Tre

4 settembre 2012

E poi per oggi basta.

Uno dei libri che più mi è piaciuto leggere negli ultimi 12 mesi è senza dubbio Questo è il paese che non amo*. Ancora mi ricordo un giorno in cui la metropolitana era fuori uso e io, tutta contenta, avevo preso un autobus per ritornare a casa insieme alle sue pagine. Mezz’ora in più a disposizione, portata nelle vie di tanti quartieri, per un ritorno anche a tempi lontani. Alle ambientazioni e alle cronache che hanno segnato il lento declino in me e in tutto il Paese della già labile fiducia nelle magnifiche sorti e progressive (ma con il contemporaneo orgoglio per l’insorgere di una consapevolezza grazie alla quale poi sono stata capace di grandi cose).

Lui, Pascale, è un autore controverso, c’è a chi piace e a chi no. Io lo trovo così  fedele a sé stesso, così… “democratico” poi, nel lanciarsi senza timore in operazioni che lo espongono a critiche e a giudizi. Per ciò che riguarda me, un anno fa non lo conoscevo neanche e adesso non smetto di sentire gli echi di certe sue riflessioni. Come quando fa l’esempio di un film di Gillo Pontecorvo, Kapò, che ricordo di aver subìto come un pugno nello stomaco quando avevo circa vent’anni, mentre da una poltrona comoda guardavo la programmazione notturna di Rai3. Emblema, una certa carrellata di quel film, secondo un saggio di Serge Daney ripreso da Pascale, del cattivo uso che si fa del linguaggio, o meglio dello stile (nel cinema come nella letteratura, allarga il discorso Pascale) che rischia, arrogandosi il diritto di descrivere, attraverso inquadrature di comodo, ciò che non si può conoscere per esperienza, di perpetrare i crimini che si vogliono mettere all’indice. E quel che è peggio, grazie alla modalità, al linguaggio, allo stile utilizzati, conformi a ciò che vanno esecrando, di offrirne al pubblico una mistificazione revisionista.

Una volta mi piaceva il Cinema. Ora non ho più modo, compagnia, piacere di entrare nelle sale. Mi prende un magone così. Potrei ma non lo faccio. Roma ospita il Nuovo Sacher e ancora altri cinemini intelligenti, e poi ho il Mignon qua dietro, se volessi. Ma sono come spenta, o forse la mia è paura, come lo è stata a  lungo quella rivolta alle buone letture. Paura di guardarmi dentro, eppure è venuto il tempo di sbloccarsi.

Lo dico spesso a Lola e anche alle altre: Un pomeriggio prendiamo due ore e andiamo a vedere questo o quell’altro film che non danno da nessun’altra parte. Mai fatto. Con l’eccezione di quella volta, nel 2005, che venendo comunque incontro ai loro gusti, siamo andate a vedere il remake di Alfie. Grazie a Dio, sempre che abbia ispirato lui il regista Charles Shyer, almeno è stato un tripudio di scene di Jude Law. Patatine, battutine, due risatine. Ah ah.

Il Cinema, la sua funzione nella società, io lo rispetto. E se anche non mi cibo più tanto spesso delle sue immagini, conservo ancora il gusto di leggere di lui. Di Wenders, ad esempio, nel quale ho piena fiducia (ha perfino realizzato un film su Pina Bausch, per la miseria, Pina Bausch. Chi ha praticato la danza può provare il mio stesso brivido al solo pronunciarne il nome).

Vignetta tratta da
Elfo: Tutta colpa del '68. Cronache degli anni ribelli Ed. Garzanti, 2008

Ho questo libro** di Wenders al quale mi rivolgo spesso. Contiene scritti dal 1968 al 1988. L’unica recensione di un film che al regista stesso non è piaciuto (parole sue): Hitler – Una carriera, di Joachim Fest e Christian Herrendoerfer, del 1976 (va da sé che non l’ho mai visto e, a questo punto, mai lo guarderò). Ebbene, in tale recensione (dell’agosto 1977) è espresso lo stesso orrore provato per la carrellata di Kapò. E che si può riassumere nella frase:

“L’imbarazzo, la paura e la vergogna di cui s’è parlato non sono più a livello di contenuto, si sono fatti forma del discorso; la rimozione del tema è elevata a metodo, e si è messa a braccetto dell’arroganza”

Riconoscere che la “questione dello stile” fu posta già trentacinque anni fa da qualcuno che è stato in grado di risolverla e di veicolare i migliori messaggi rivolti all’umanità attraverso il più potente mezzo di espressione esistente prima dell’avvento di internet, il Cinema, non mi consola. Perché nulla è cambiato, anzi. Per me è ora che della qualità del linguaggio attraverso il quale offrire il proprio sguardo sul mondo, del proprio stile quindi, inizino a preoccuparsi quelli che, in un modo o nell’altro, formano il magma massmediologico più potente di sempre, la nostra cara rete.

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*) Antonio Pascale – Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, Minimum Fax 2010

**) Wim Wenders – Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri 1989

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Ellekappa su La Repubblica del 4/09/2012


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