Quattro salti nel cielo di aprile

19 aprile 2014

Il cielo più bello dell’anno è quello di aprile.

Adesso è il soggetto più vario, simbolico, esteticamente versatile a portata di fotocamera.

Ma mi trattengo dal fotografarlo. In base a uno dei pochi pilastri della mia scarna etica, se guardare i cieli degli altri mi annoia, non posso ricambiare con la stessa moneta.

Resisto, ma con l’occhio-obiettivo registro, e talvolta mi struggo. Te li mostrerei tutti, quei cieli, o Altro da me.

Stanotte il mio ”Altro” si è, per modo di dire, personificato.

Parlava con accento nordico e mi telefonava da una dimensione parallela. Voleva a tutti i costi entrarmi nella vita. Io gli dicevo: Demone, abbi pazienza, solo se smetti di infastidirmi potremo essere amici.

Perché io, per una dote innata, potevo muovere oggetti con la forza di un pensiero potenziato e, come conseguenza, aprirmi varchi verso esistenze ultraterrene. Nel caso del mio demone, aveva scelto lui di attraversare il varco, e mi viveva accanto ormai da tanto tempo. Invisibile a tutti, ma ben presente a me, che ritrovavo pagine di libri coi testi sottosopra, disordine terreno, pensieri in confusione.

Ma tolleravo bene il demone del sogno. Se fosse stato lui a inviarmi cieli, li avrei guardati col mio stesso occhio-obiettivo, e mi sarei commossa.

Il demone, per sua natura, si trovava sia fuori che all’interno della mia esistenza. Che, a pensarci al risveglio, è piena di pensieri in confusione, disordine terreno, e libri con i testi sottosopra, che a volte non riesco proprio a leggere.

Se esistesse davvero, e fosse una persona, avrei il dubbio che, come per certi sogni, i simboli si fossero mescolati insieme, e io avessi vissuto l’esperienza dell’Altro.

Uno che mi considererebbe tollerabile, seppure appiccicosa, a cui darei il pilotto con cieli non richiesti. Che potrei rendermi amico solo se smettessi una buona volta di infastidirlo. Fortuna che non ce l’ho uno così accanto, mi spiacerebbe pensare che non mi ha mai capita.

E poi era solo un sogno, subito dopo ero su una spiaggia dorata assieme a due mie amiche. Che m’incalzavano, dandosi di gomito l’una con l’altra:

- Tu sei troppo altruista,

- Sei troppo generosa,

- Ma non odi nessuno?

- Davvero, veramente?

- E come fai?

- Li escludo, quando posso. Mica sono una santa.

All’improvviso il cielo si riempiva di nuvole-astronavi. Sfrecciavano velocissime, quindi inchiodavano come volendo caderci sulla testa. Alcune avanzavano a gruppi di quattro, sotto ciascuna ce n’erano altre più piccole e scure, simili a polpastrelli. Saltavano, incuranti di noi, nel cielo di aprile. Per una volta mi accontentavo di guardarle.

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Si fa presto a dire Frida

13 aprile 2014

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Di lei si sa o si pensa di sapere tutto. Ma, visitando l’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale, aperta dal 20 marzo al 31 agosto 2014, ancora ci si può stupire della sua furia vitale, qualcosa che non può ridursi a puro nozionismo, o a becero gossip, perché avvertita dall’interno di chi osserva le sue opere.

Quella per Frida Kahlo spesso è un’infatuazione pop, di cui oggi è diventata icona tanto quanto il Che.

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 Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Olio su tela, cm 79,7 × 59,9. Collezione privata. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

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Ci sono tele di Diego Rivera in questa mostra, esposte accanto a quelle di Frida. Stride la compostezza e la profondità dei suoi soggetti in confronto al più glamour, più smaliziato tratto del massimo pittore messicano, capace di omaggiare le signore di buona società in pose hollywoodiane per poi farsi cacciare dalle rimostranze di Rockfeller in persona per aver ritratto Lenin nel murale dell’Unità Panamericana sull’edificio simbolo del capitalismo americano.

Prima dell’incidente, a Frida, i pennelli erano serviti solo a ritoccare a colori le stampe in bianco e nero di suo padre, fotografo. Iniziò a dipingere per necessità, nel letto d’ospedale dove i medici le avevano predetto morte certa.

Autoritratti, autoritratti.

- Perché mai tanti selfie, Frida?

- Perché è il soggetto che conosco meglio-, rispondeva.

Semplice, naif al punto giusto, comprensibile alle masse. Pop.

Pazza di Diego, si fece ispirare al punto di farne il suo terzo occhio, per lui ingoiò ogni boccone amaro ma nel tempo rimase supremamente Frida.

Dipinse per passione, lo fece su commissione, si innalzò sempre al di sopra delle sue sofferenze.

E sorpassò Rivera in fama proprio nel momento di massima distanza tra loro, dopo gli aborti, dopo i tradimenti, dopo la cacciata di lui dagli USA.

Umanamente sfogò su tela la propria rabbia, in una drammatica dichiarazione senza appello: “Il mio vestito è appeso là”. Là, significa negli USA, proprio sopra una corda tesa tra estremi ancora oggi inconciliabili, mesto trofeo di un duello che non avrebbe mai voluto disputare.

Morì lottando, e controvoglia. Un uomo delle pulizie trovò dietro al suo letto un ultimo acquerello simile a una pappetta di colori. Fa quasi male vederlo incorniciato e esposto, dopo i capolavori. Quella di Frida è una terribile e magnifica storia umana, senz’altro un simbolo di riscatto per tante altre storie misconosciute.

Amare la sua arte, però, non è per niente pop.

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