82.3

24 aprile 2014

[DUE - Leggi dall'inizio]

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Diario
Mercoledì 23 aprile
8.34 Sveglia veloce e colazione al bar: caffè e sfoglia liscia, una signora entrata poco prima di me si era portata via tutto il vassoio di ricce, così si è giustificata la proprietaria. Ottantadue ha sorseggiato appena un latte caldo, per aver divorato già un pacco di biscotti davanti alla televisione mentre mi preparavo.
9.35 Ricerca di negozi utili a procacciare regali inutili per gli amici che vedremo questo pomeriggio. Scartata la quasi totalità delle inutilità. Acquistato solamente un cappellino da neonato. Taglia unica, potrebbero riutilizzarlo in famiglia.
9.55 Passaggio in spiaggia sotto minaccia di pioggia incipiente, ma che è iniziata a cadere appena risaliti in macchina.
10.20 Ritorno al residence, senza programmi per il resto della mattinata. Ottantadue ha compiuto una minuziosa manutenzione personale comprendente: doccia, barba, sfumatura di basette, baffi e pizzo, taglio delle unghie di mani e piedi, apposizione di lozioni profumate alcoliche sul 90% della superficie corporea. Ad alcuni urletti ha fatto seguito una accurata vestizione. Io: lettura.
13.30 Pranzo: pastasciutta al ragù di tonno e pomodori pachino, pane, frutta, caffè. Intanto ha smesso di piovere.
16.00 Passeggiata al molo avanti e indietro, salutato Gigi (amico e compagno di gozzovigli dei miei tempi andati), che usciva con il suo gozzetto a ritirare le reti. Rito del gelato, il cameriere ha insistito anche oggi a porgermi un cucchiaino sporco di un gusto del quale non mi interessava conoscere il sapore.
17.20 Piccolo rinforzo della spesa, per la cena: frutta, verdura e platessa surgelata.
17.50 Primo giro di visite. A casa del neonato madre, zie e nonne si passano il bambino. Io e Ottantadue cerchiamo di seguire il ragionamento che fa uno zio (lo stesso Gigi di cui sopra) sulla sua contrarietà alle adozioni di bambini da parte delle coppie gay, ma il suono della sua voce viene sovrastata dai cori e le espressioni di stupore per il singhiozzo, il ruttino, il rigurgitino, la colichetta del piccolo. Il padre siede in un angolo del divano all’ombra. Non partecipa e non commenta. Dopo circa un’ora facciamo per alzarci ma Gigi ci intercetta e ci fa deviare verso casa sua, ovvero il portone accanto. Una volta entrati, Gigi apre il frigorifero e ci offre il pescato del giorno: una ciotola di mitili, un’altra di pescetti misti da friggere o da fare arrosto, due splendide sciabole argentate. Davvero splendide. Fatico parecchio a convincerlo che, benché sia donna, non sono in grado di cucinare il pesce, e che comunque non mi azzarderei a fare esperimenti in un cucinino disastrato come quello del residence. Piuttosto accettiamo l’invito a cena per la sera successiva, anche se dovremo presentarci presto per aiutarlo a cucinare.
20.00 Ci ricordiamo di aver lasciato la spesa in macchina e usciamo di corsa.
20.30 La cena è stata comunque deliziosa. Abbiamo parlato a lungo di Jole e della vita che si svolge a casa sua. Ottantadue sembra non accorgersi neanche di avere dei coinquilini, a me sorge il dubbio che non lo calcolino affatto nell’organizzazione del loro ménage quotidiano: vive più o meno placido, ma comunque indisturbato all’interno dei 36 metri quadrati del locale al piano seminterrato della loro villetta. Che potrebbe prendere fuoco o subire uno dei drammatici allagamenti a cui è soggetta la zona in cui vivono, ad alto potenziale di disastro idrogeologico, senza che ai piani alti se ne accorgano nemmeno. Al ritorno da questa vacanza devo fare due chiacchiere con mia sorella.
22.00 A letto presto, seguita da Ottantadue che non ha rinunciato a una sigaretta e a un goccetto in terrazzo prima di dormire.

 

La sensazione che ho avuto oggi, e della quale ho cercato invano di rendere partecipe Ottantadue, è quella di essere capitati in un periodo dell’anno nel quale il nostro paesino estivo di riferimento non indossa la maschera di località vacanziera.
Il bar sembrava insolitamente affollato, non riuscivo a ricostruire le silhouette a cui ero abituata delle donne che entravano, consumavano e se ne uscivano in tutta fretta, oggi in tailleur grigio o marrone e scarpe con tacco da quattro o al massimo sei centimetri. Di corrispettivi maschili ne ho individuati pochi, per lo più mortificati da completi sformati, mocassini, valigetta al polso e un’insana predilezione per le acconciature tenute ferme da ettolitri di gel effetto-bagnato.
Stavamo seduti a un tavolino interno. Ottantadue fissava la vetrina dei dolci senza battere le ciglia mentre le mie parole venivano a mano a mano sempre più assorbite dallo zucchero al velo della sfoglia liscia (che, per inciso, non mi stava dando le stesse soddisfazioni della riccia). Benché non siamo fratelli di sangue, a un osservatore esterno io e Ottantadue saremmo sembrati figli dello stesso Dio (minore), similissimi per atteggiamento e fissità.
Buona parte della fauna maschile che affollava il bar, ma sempre per una colazione mordi-e-fuggi, era costituita da manovali. “Pezzi” di manovali, in alcuni casi dall’aspetto per niente mortificato dall’irresistibile passione per la stessa manata di gel di troppo tra i capelli che affliggeva la prima categoria di lavoratori osservata.
In spiaggia, poco dopo. Il vuoto assoluto. Non abbiamo trovato nemmeno i bagni, o stabilimenti, quei container prefabbricati, decorati a mano e tappezzati di insegne e manifesti che occhieggiano e mirano ad adescare il villeggiante, gli stessi che ogni estate occupano quasi per intero la lunghissima strisciata di sabbia di quel tratto di golfo.
Tra il grigio del mare e quello del cielo si frapponeva soltanto una macchia disordinata che risaliva velocemente arrampicandosi sui monti alle nostre spalle. L’aria era pulitissima e silenziosissima.
Un uomo con a fianco un cane passeggiava con i piedi a lambire la schiuma formata dalle onde sul bagnasciuga.
Il cane non abbaiava. Il sole non splendeva. Non era estate, insomma, e io e Ottantadue ne eravamo sommamente sollevati.

 

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[Continua]

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82.2

23 aprile 2014

[UNO - Leggi dall'inizio]

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Diario
Martedì 22 aprile
6.45       Sveglia troppo precoce di Ottantadue, rimasto solo per più di un’ora col telecomando in mano nel tinello, dietro mia promessa di portarlo a fare colazione al bar se mi avesse lasciata dormire ancora un po’ in pace.
8.52       Colazione: Per me caffè e sfogliatella riccia con ricotta freschissima, Ottantadue invece ha intinto baffi e pizzo nel latte macchiato, seguito da una ciambella fritta e poi da un’aragostina, ma questa è tornata a me dopo il primo morso. Lo sapevo: a Ottantadue non piace nessun tipo di crema.
9.38       Spesa fatta al primo market incontrato, che esponeva manifestini con su scritto “Svendita per rinnovo locali”. In effetti i locali erano più che fatiscenti e sugli espositori abbiamo trovato a fatica la metà di quello che era scritto nella lista. Ottantadue si è quasi ribaltato, perdendo l’equilibrio sulla discesa in cemento fuori dalla porta di ingresso/uscita mentre riportava indietro il carrello. La ragazza che ci aveva tenuti d’occhio severamente dalla cassa per tutta la durata della spesa, a quel punto mi ha sorriso con un’aria di mesta comprensione sulla quale mi sto ancora interrogando.
10.02     Deviazione dalla spiaggia dove ci stavamo dirigendo per una visita, voluta da Ottantadue, al cimitero locale, dove non abbiamo morti.
10.38     Sosta in spiaggia, dove ho praticamente perso conoscenza sotto il sole. In seguito ho scoperto di essermi scottata fronte e guance. A Ottantadue sono spuntate solo lentiggini.
12.45     Pranzo: Insalata ricca senza mozzarella, e acqua, per me; spaghetti al pomodoro, panino al prosciutto e formaggio, patate fritte tuffate nelle bustine di ketchup e maionese, e Coca-Cola per Ottantadue, che ha lasciato la metà degli spaghetti e tutto il panino ad eccezione del ripieno, mentre io ho lasciato una mancia adeguata come risarcimento per chi avrebbe dovuto ripulire la scena del crimine. Quando ci siamo alzati da tavola ci siamo diretti verso un altro locale dove abbiamo preso due gelati artigianali e due caffè. Anche lì commessi altri crimini simili al precedente, ma meno significativi e non passibili di punizione alcuna.
14.35    Passeggiata sul molo.
15.30    Seconda spesa presso l’Ipermercato del paese. Ottantadue mi ha convinto a prendere il necessario per un barbecue nonostante le previsioni di stasera diano pioggia certa alle 21.00 in punto.
16.45    Riposo in appartamento. Ottantadue ha giocato per due ore ai videogiochi sul tablet. Io avrei potuto dormire, invece ne ho approfittato per iniziare a scrivere il diario della giornata.
19.00     Preparazione della brace.
19.30     Cena: salsicce, costolette di agnello, contorno di pomodorini conditi, vino rosso, pere.
21.00     Pioggia sulla brace, già in via di spegnimento.
 

Quando aveva cinque anni, la madre siculo-normanna di Ottantadue, a seguito di un litigio col marito, era uscita di casa dopo il tramonto sbattendo la porta. Il padre quindi, senza nessun motivo logico, decise che proprio quello era il momento adatto per accorciare la siepe che circondava il giardino della villetta. Fino ad allora era stato un uomo tutto d’un pezzo, ma quella sera, complice il buio e l’estremo nervosismo, la sega elettrica sfuggì dal suo controllo e lo lasciò in terra, piuttosto smembrato e vittima di un’emorragia mortale. Federico fu il primo a trovarlo, venendo a reclamare la cena.

Questo fatto me lo raccontò Jole poco tempo fa, e forse costituisce una concausa di certe visioni fantasmatiche che popolano le notti di nostro fratello. La sua è un’attrazione mista a repulsione, oggi ha preso il sopravvento la prima delle due, incontenibile. Avevo proposto: Andiamo in spiaggia? Ma, appena siamo giunti in vista della strada, mi ha preso per mano e costretta ad attraversare in curva, fortuna che macchine ne passano di rado in questi giorni, portandoci per oltre un’ora a farci risucchiare nell’universo dei non-vivi.

Sembrava che non fosse mai entrato in un cimitero. Era pieno giorno e ci separava dal mare solo un muretto che Ottantadue poteva superare con lo sguardo sollevandosi appena sulle punte dei piedi. Ha voluto sostare tomba per tomba, leggendo tutte le lapidi e trovandone perfino di una donna ultracentenaria. Centouno anni, per la precisione, eternata in un’espressione di suprema strafottenza.

Proprio non c’era campo, Santo o meno, per il mio telefono. Ma era ovvio, la maggior parte dei defunti risultavano nati molto prima della rivoluzione digitale, non avrebbero saputo che farsene. Io stessa non ho risentito dell’inconveniente. Oggi è un giorno feriale e, dalla prima mattina, non ho smesso di ricevere email di lavoro, senza aprirne alcuna. Sono bastati pochi giorni di distacco totale, e in particolare gli ultimi due, nei quali (grazie al mio compagno di viaggio) il tasso di surrealismo ha toccato livelli altissimi, per prendere coscienza di tutta la stanchezza e delle scorie inutili che mi zavorrano la vita quotidiana.

Finalmente sono riuscita a trascinare Ottantadue in spiaggia, una spiaggia sassosa, non curata, coperta da un cielo torbido, ma circondata da un panorama stupefacente: decine di cime che si innalzavano da una nebbiolina rasente all’acqua, e ognuna colorata di un azzurro differente. Leonardo ne sarebbe rimasto folgorato. Ho osservato mio fratello prendere l’espressione beata di quando era ragazzino, ha iniziato a raccogliere sassi, se ne è riempito le braccia e poi è venuto a sporgersi su di me, sdraiata e in stato di semincoscienza per il sonno e il calore, chiedendo: Questi dove li metto? Mi vai a prendere una busta?

Gli fatto gesti con le mani per fargli capire di scansarsi, se non voleva restare orfano anche di una sorella, gli ho detto: Mettili qui, indicando un qualsiasi posto, già pieno di sassi simili a quelli che aveva raccolto, alla sinistra di dove mi ero sdraiata. Ero già pronta a schivare una pioggia di schegge aguzze, ma lui si è accovacciato e, piano piano, li ha deposti uno sull’altro, in silenzio.

Quando ha finito mi ha chiesto se potessi far loro la guardia e, senza aspettare che rispondessi (non ne avevo alcuna intenzione, ero tornata subito a occhi chiusi a farmi cullare dal suono della risacca), ha raggiunto la riva. Dopo poco ho sentito il rumore di un calcio dato a un pallone di cuoio. Ce n’era uno, l’ho visto aprendo un occhio solo, sbiancato e mezzo sgonfio, che adesso navigava parallelo alla costa, e mio fratello, concentratissimo, lo tartassava con un’incessante sassaiola dalla terraferma.

Pluf. Pluf. Pluf. Pluf.

Mi sono addormentata.

Mi ha risvegliato Ottantadue, stava agitando un osso sopra il mio naso. Un osso sano, sembrava una clavicola, forse di maiale, chissà. Io non me ne intendo. Abbiamo convenuto di dargli degna sepoltura, sotto una montagnola formata da tutti i sassi che avevo custodito fino a quel momento, sormontati da una croce composta da due piccole canne fissate una all’altra per tramite di una foglia rubata allo stesso canneto. Al termine dell’operazione eravamo entrambi molto soddisfatti.

- Che ne pensi? Sarà scappato dal cimitero?

Mi ha chiesto a bruciapelo Ottantadue, tornando verso il residence e, inevitabilmente, ripassando davanti alla cancellata dell’Eterno Riposo.

- Può darsi, – gli ho risposto.

- Allora fermati. – E mi ha strattonata per la manica cercando di farmi deviare dal percorso, – Dobbiamo avvertire il Direttore! Poi andiamo via subito.- Quindi ha aggiunto, con tono supplice: – Ti prego.

- Mica esiste il Direttore di un Cimitero. Non credo, per lo meno. Quello che abbiamo visto prima uscendo era il guardiano.

- Oh. Allora è meglio se non diciamo niente. Poveretto, pensa se perdesse il lavoro per colpa di quell’ossicino sfuggito al suo controllo.

La sua espressione era così preoccupata, le sue guance, già deformi per l’alcol e le medicine, ora convergevano verso una bocca estrusa e tanto stretta da diventare gialla. Trattenni una risata, e commentai:

- Hai ragione, meglio non dire nulla.

Stavo per riprendere a camminare, precedendolo, quando Ottantadue mi ha aggirata, si è sporto con testa e busto e ha appuntato i suoi occhi grigio-verdi sopra i miei. Sorrideva.

- Ma guarda che stavo scherzando – ha detto. Si è ficcato le mani in tasca, mi sorpassata saltellando e ha attraversato la strada dell’andata in senso inverso, sempre sulla stessa curva e sempre senza guardare se arrivasse qualche macchina.

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[TRE]

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