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L -15

22 settembre 2013

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Preludio in limerick caudato

Dickinson

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Che bella espressione – «andare a dormire»

Come fosse un Paese cui volger le mire.

Dormire, morire o,

Forse, sognare un po’

È l’itinerario. Son pronta a partire.

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(Shackera Shakespeare con la Dick-

inson e ottieni un limerick)*

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Pronto da tenere accanto al letto per la notte.

Lode all’epistolario di quest’oggi, preludio di dolci sonni. L’originale delle prime strofe:

[…] Che bella espressione – «andare a dormire» come fosse un Paese in cui si va – Combattiamo per la sua unità – Lo unificheremo, sarà la mia Patria – mio caro vieni, oh diventa subito un patriota […]

è tratto da una lettera indirizzata a Otis Phillips Lord, inclusa in Emily Dickinson. Un vulcano delizioso, la vita. Lettere di un genio pudico. Traduzione di Marco Federici Solari – Ed. L’Orma, 2013

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Mi avvicino a questo banchetto coperto di libri dalle copertine che mettono appetito,

– Tutte foto nostre!

– Nientemeno?

Marco me ne spiega l’origine, inizia a illustrare i volumi ma lo agganciano a un’altra conversazione. Due, tre li soppeso, li apro, li sfoglio, titubo come le antenne dei grilli che mi aspettano con i cori accesi là fuori nella notte. Li appoggio proprio come li ho trovati. Un appunto mentale alla loro posizione. Raggiungo il quarto, allungo la mano, il ragazzo si libera e torna da me,

– Aprili, sfogliali pure. – Ops, l’ho già fatto… – Questo te lo consiglio, anche perché l’ho tradotto io.

– E com’è venuto?

– Direi niente male. Niente male, no.

Ecco, mi viene in mente che, chissà dove,

– Ho letto che i traduttori sono sottopagati, è vero? Ma com’è?

– Ah,

Tituba, come me poco fa richiamando le antenne che credo che altrove tentennino ancora,

– Un raro caso di schizofrenia editoriale, sto per dire qualcosa contro me stesso: la colpa è degli editori. Ma io adotto tariffe in linea col mercato.

Sembra si trovi a suo agio nella doppia veste, buon per lui. Si vede dallo sguardo che ama il suo lavoro. Ci allontaniamo per ascoltare un autore che piace a entrambi, poi, tornati, con un solo gesto gratifico me, il traduttore e l’editore insieme. E non me ne pento.

A parte la bellezza delle copertine, consiglio di seguirla, L’Orma.

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*) Chissà se i limerick tollerano la coda?

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Infinito Presente /1

23 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

23 Luglio 2012

1. Fuggire/Tornare

– Va lontano? Si è messo a brutto.

– Già –, rispondo distrattamente al benzinaio e risalgo in macchina. Macché lontano, no. Il paese è quello accanto. È che sono arrivato stamattina presto, dopo un viaggio lungo una notte, e già ritorno per strada. Ho la testa in fuga (e la fuga in testa) ma un elastico troppo teso, agganciato agli occhi fissi su di me dell’uomo, mi riporta di slancio al presente. Confuso, aggiungo qualche parola, sporgendomi dal finestrino:

– Mi piace il caldo, ma finora l’ho trovato un po’ …impegnativo.

– Buon viaggio.- Mi fa di malavoglia, stavolta è lui distratto. Tra la pronuncia delle due parole infila rapido lo sguardo in direzione del cielo.

Metto in moto, faccio inversione con un paio di manovre e mi allontano lungo la strada provinciale, devo risalire appena il fianco del monte e poi immettermi nello svincolo successivo per poter ridiscendere verso la mia meta.

Ho lasciato Silvia e Giovanni in albergo che ancora dovevano decidere come passare la giornata. Sono al mare da più di un mese ormai e mi sembrano un po’ stufi. Lei, più che altro, che non frequenta nessuno, non si mescola. A mia moglie ho raccontato che sarei andato a trovare un conoscente. Ma, come sempre, non si è stupita più di tanto della novità, o questo mi ha lasciato credere. Questa situazione mi rende inquieto, sono preda di costanti déjà vu. Troppe le analogie col passato. Temo i corsi e ricorsi. Voglio, devo, spezzare il circolo.

Io e la mia automobile mangiamo piano la strada che ci viene incontro. A un tratto sento un flebile suono uscirmi dalla bocca semiaperta:

“Nostra la ventura

per un selvaggio mare

meglio che un ancoraggio

non diviso da te”.

È mia la voce. Ma le parole sono di Cristina Campo che, a sua volta, rileggeva in italiano Emily Dickinson. Ho ancora quei versi -non pensavo- nella mente, ormai ridotta a un colabrodo. C’erano entrati per uno spiraglio, una ferita aperta, negli anni lontani dell’università. Mi fanno compagnia, li declamo fino alla fine, amara ma così vera, tanto che non accendo lo stereo, come faccio di solito per superare in volume il rumore assordante della mia solitudine.

“A noi più tosto il carico

di un perenne viaggio

che le Odorose Isole

desolate di te”

 

Desolate di te, che non avevo idea che esistessi davvero.

Guido con le mani che stringono il volante più del necessario. Ho paura di sbandare. Ecco la svolta. Man mano che ridiscendo per i tornanti mi rendo conto di tremare in modo eccessivo. Nello slargo di una curva, seminascosto tra le fronde, c’è un chiosco che vende frutta. Mi fermo, scendo. Devo sgranchire le gambe, fare due passi. Abituarmi per gradi a respirare di nuovo quest’aria conosciuta. E poi.

I miei ricordi non erano così a colori, avevano tonalità sbiadite come le vecchie pellicole che oggi si riversano nei DVD. Mi guardo attorno, la vegetazione appare molto più intensa, così troppo vivida. Non ci credo, non può essere lo stesso posto di trent’anni fa.

L’uomo appoggiato al banchetto è basso e tarchiato, ha una canottiera a coste, in testa un cappello a falde e scambia grugniti in dialetto con una donna seduta accanto a lui.

– Scusi.

– Dica.

– È sua moglie quella?

– E a lei cosa gliene importa. Eh? Che cosa te ne importa a te, coglione?

Devo frenare la mia immaginazione. Corre troppo. Sto già venendo alle mani con uno sconosciuto. Ho deciso io di venire fin quaggiù. Io l’ho voluto, cazzo. Adesso devo calmarmi o non risalgo in macchina.

– Quanto fanno le albicocche?

Ho parlato davvero, stavolta. Il venditore mi sorprende, dandomi il prezzo con una voce stridula.

– Faccia un chilo, allora.

– Ecco qua. – Mi porge il sacchetto di carta umido e mi sorride, perfino.

– Sono buone, sono dolci.

È la donna che mi parla adesso. Mi volto a guardarla senza espressione. Le faccio:

– Le producete voi, voglio dire, lei e suo marito?

Dai, gliel’ho chiesto, sì! Che faccia tosta.

– Mio cognato. Eh,- fa, vergognosa, inclinando la testa nella direzione del venditore. Dunque non è la moglie, –  con la famiglia. Le coltivano loro, io gli do solo una mano alla vendita.

Sorride contraendo la quantità di muscoli facciali che si ritrova, stringe gli occhi offesi dalla luce. Il sole è ancora basso e ferisce la vista mentre sale lentamente oltre quei rilievi che avevo attraversato nell’ultimo tratto della notte. La faccia della donna è una ragnatela di rughe, ma esprime nel senso delle parole e con la sua stessa voce una dolcezza che riconosco. La gente di qui, com’è fatta, me la ricordo. Le parole che dicevano a una creatura inquieta. Mi torna in mente, all’improvviso, anche il loro sapore. Addento un frutto con voracità. Sì, è come me l’aspettavo. Succoso. E dolce. A volte una sensazione tanto ben definita cela nel mezzo esattamente il proprio opposto.

Non sono dolci i miei ricordi, affatto. E adesso, troppa vividezza, non me l’aspettavo. Mi prende un po’ di ansia, di paura di non farcela. Mi volto indietro, verso la strada fatta da Roma fino a qui, considerando il tempo che ho impiegato. Troppo per pensare solo di ripercorrerla in senso contrario.

Allora pago e saluto. Risalgo in macchina. Resto seduto nell’abitacolo molto più caldo dell’aria esterna a finestrini chiusi, a osservare le mani che hanno smesso di tremare. Un rivolo di sudore scende giù, dove l’incavo del collo incontra lo sterno. Un morso a un’altra albicocca, uno solo, poi la lascio cadere. La lancio quasi, sul sedile accanto, dove rotola fino a incastrarsi contro lo sportello.

[continua]

Jeff Buckley – So real

(min. 2:43)

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