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Città raccontate: Roma n. 2 – Stazione Termini (su Cartaresistente)

3 maggio 2013

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 Città_Raccontate_Roma-Staz-Termini

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Si lanciava dal trespolo sospeso nel vasto spazio di un’enorme voliera, che era aperta, ma anche così bella che non ne usciva fuori. Suoni di campanelle, specchietti e vetri colorati, e aria, aria, aria, nella quale si librava ad ali aperte ed occhi chiusi. Compiva giri in tondo, passando sulla testa della gente, ignara di quel volo. Planava verso il basso, sfiorava il pavimento, poi risaliva in alto, non si fermava mai.
Restò un uccello finché fu dentro il sogno, e quando si svegliò provò un gran senso di liberazione. Stava partendo, l’estate era alle porte. L’atrio della stazione, gremito e rimbombante, la troppa confusione, la stordirono. Ma era in anticipo, salì al piano di sopra a fare colazione. Fu qui che vide la scena del sogno. Scatole di cristallo variopinto erano i negozi sottostanti; gli avvisi al pubblico, smorzati nel brusìo, le campanelle. Forse sognava ancora? Con tanto spazio vuoto sulle teste in moto costante, a stento si trattenne dal lanciarsi.
Chiamarono il suo treno: era in partenza, e mentre si gettava per le scale, si ritrovò le labbra su quelle sconosciute di un uomo che saliva. Fu il flash di un istante, poi vide tutto nero. Subito dopo stava schiacciando il naso al finestrino del vagone, le rotaie scorrevano al contrario, si allontanava in fretta dalla stazione.

Le Ferovie appartengheno a lo Stato
È bello assai er servizio che te fanno!
Si monti drento ar treno, dopp’un anno
Si non mori acciaccato, sei arivato.
Si voi fa’ quarche viaggetto
E pia’ te voi er diretto,
Poco ce manca
Che arivi vecchio e co’ la barba bianca.

(Le Ferrovie appartengono allo Stato
È molto bello il servizio che offrono!
Se monti sul treno, dopo un anno
Se non muori schiacciato, sei arrivato.
Se vuoi far qualche viaggetto
E vuoi prendere il diretto,
Ci manca poco
Che arrivi vecchio e con la barba bianca.)

Uno stornello di Sor Capanna, attore e cantastorie, le cui composizioni furono interpretate, tra gli altri, da Ettore Petrolini e Claudio Villa. Figlio di un pasterellaro e di una sigaraia, si esibì come cabarettista e artista di strada durante il primo Novecento. Negli stessi anni, l’architetto Angiolo Mazzoni tentò di conciliare l’onda razionalista con la restaurazione classicista importa dal fascismo, concependo l’atrio d’ingresso alla nuova Stazione Termini (terminato solo dopo la guerra) come uno spazio monumentale inondato di luce, con risultati piuttosto disfunzionali. Soprannominato “il Dinosauro”, non ha resistito a lungo nella funzione di Porta del Tempio: oggi è occupato dalla biglietteria e da innumerevoli ingombri, tra totem informativi, bar e boutiques, che rendono difficoltosa, al viaggiatore infastidito e frettoloso, la cognizione della sua bellezza.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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