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Città raccontate: Roma n. 4 – La periferia (su Cartaresistente)

21 maggio 2013

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Roma_Periferia

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Il tempo fa slittare pure i nomi: non è più “Comune di”, ma “Roma Capitale”. Il centro, entro le mura, è “Città Storica”. Slittano pure certe vite. Da giovani che furono, nate sul biondo Tevere, si ritrovano vecchie, e spinte dalla necessità alle estreme vette dei palazzoni di quartieri dominati dal colore grigio. Rifugio dei due terzi degli abitanti della più popolosa città d’Europa.

“Vieni, ti faccio vedere. In questa strada una volta c’erano le barricate, Questo portone qui, è quello dove mio zio aveva la sua bottega. Non si legge l’insegna, sai dirmi quale negozio ci hanno messo adesso?”

Io mi vergogno, di Roma non so niente al suo confronto. Lui è uno che ha girato sempre a piedi. Che per poco non si trovò rastrellato per la rappresaglia delle fosse Ardeatine. E che sfuggì al lager saltando da un treno in corsa, marciò per giorni solitario e senza cibo, fino a tornare a casa, e non muoversi mai più da lì. Soltanto un paio di ultimi, piccoli spostamenti, quelli sì che li poteva fare. Il primo, per portare a Roma il primo amore, un fiore colto tra le risaie padane. Mica si vergognava di imbastardire il sangue, romano da molte generazioni. L’ultimo e più piccolo moto lo fece andando via dal centro, cercando spazio per la famiglia in crescita. Fu fortunato, molti quartieri furono riempiti a seguito di veri e propri sfollamenti, e sulle macerie delle case abbandonate si sono aperte strade, come la mussoliniana via della Conciliazione, al posto della “Spina dei borghi”, in faccia a San Pietro.
Quest’uomo, di quando in quando, torna in centro città grazie a Street view e, se sono nei paraggi, mi racconta storie e aneddoti, e poi conclude sorridendo: “Che bella cosa la modernità”.

Ero un ragazzo ero un ragazzo ero così vicino all’ombra della primavera
e quando diventai teatrante una critica mi chiese: perchè tanto strazio nel cuore
eravamo a viale trastevere su una panchina di marmo vicino a frontoni
io balbettai famiglia pasqua primo amore il resto era una seppia

Victor Cavallo, nato nel ’47 alla Garbatella, nel quartiere Ostiense, attore, poeta e altro, morì ancora giovane per una trasfusione. Ma prima fece in tempo a tracciare versi incredibili, che escono dal buio solo quando qualcuno prova a recitarli durante certe serate di racconti e musica. Ho fatto in questo modo la sua conoscenza. Io ve lo suggerisco, però anche voi, dopo averlo letto, passate parola.
Roma sforna continuamente nuovi poeti, questione di probabilità. Fuori dalla Città Storica dei rioni sorgono 35 quartieri, per i quali la guerra ha fatto da spartiacque. Quindici, ormai “storici”, nati prima, gli altri 20 durante la ricostruzione post bellica. In alcuni casi i più popolari, i primi avamposti della segregazione additata / celebrata da Pasolini.
Dopo tanto, non sono né migliori né peggiori delle esaltazioni pittoresche del Poeta che trovò la morte all’Idroscalo (è ancora Urbe, il quartiere è Ostia, non va dimenticato). Gli edifici hanno molti piani ciascuno, ma sono tutti indiscutibilmente vivi: ci sono i panni stesi alle ringhiere, dalle finestre si sentono rumori e odori. Quando in strada è già sera, d’estate si chiacchiera sulle panchine con un gelato in mano, la gente ancora si saluta se s’incontra, il vicino si interessa del vicino.
Oltre i quartieri si estende la suburra e l’Agro romano. Su questi si perpetra lo scempio dei milioni di metri cubi fatti arrivare fino ai monti e al mare, superando ogni ragionevole confine. Non lo sarebbero tecnicamente, però è così che vengono chiamati: “quartieri”-dormitorio. Ma in molte case non ci dorme proprio nessuno: restano lì, vuote, invendute e brutte.

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Report-fiction #1

23 aprile 2013

 

rione monti

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(Google street view. Roma, rione Monti. 26 luglio 2012)

Quattro turisti siedono ai tavolini di un bar, al riparo dal sole, sotto gli ombrelloni aperti. Non si conoscono tra loro, se non tra membri della stessa coppia. Ma sono ugualmente stanchi, e provano un gran sollievo da quella sosta, la prolungano più del necessario.

Uno dei due uomini, un anziano con baffi e capelli bianchi semicoperti da un cappellino da baseball giallo, ha davanti un boccale di birra già bevuto per un terzo. La donna gli parla puntando il dito su una mappa, fissata sopra al tavolo da un calice di vino rosso.

L’uomo l’ascolta attentamente. Ha appena notato che sua moglie ha i capelli molto più rossi del solito, una maglietta a righe blu e bianche orizzontali, con maniche a tre quarti, che il cinturino dell’orologio le cinge il polso sinistro, quello della mano che indica la mappa, in modo molto grazioso.

Lei, che ha cinque anni di meno, fa di tutto per rendere gradevole la vacanza al marito, sa che gli resta poco tempo, che il cancro che gli aveva dato tregua ha ripreso a corrodere il suo corpo in modo inarrestabile. Beve un po’ più birra del solito, ma glielo lascia fare. D’altra parte lei stessa ha fatto scorta di Brunello di Montalcino. Ne ha una valigia intera da riportare a casa nello Yorkshire.

La donna dell’altra coppia sfrutta in tutta la sua lunghezza il profilo curvilineo della seduta in plastica. È sempre stata alta e qui in Italia sente di esserlo ancora più del solito. Tutto le sembra inadeguato alle aspettative. Il cibo meno buono, il clima meno piacevole. Perfino il Colosseo ha un’aria amorfa. Farebbero meglio a tirarlo giù e sostituirgli un parcheggio multipiano. È nervosa, e sfoglia avidamente una rivista di gossip. Non vede l’ora di ritornare a casa, al suo paesello sperduto sulle Ardenne.

Il marito non le parla dall’inizio del viaggio. Lei aveva promesso di mettere in valigia solo abiti comodi, e adesso indossa minigonne o pantaloni troppo stretti o troppo ampi e goffi, inadatti alle lunghe passeggiate. Sotto il sole usa stivali caldissimi, nella pioggia minuscole ballerine scivolose sui sampietrini bagnati. Non le sta bene niente. Gli pare che stia sabotando deliberatamente l’unico rimasuglio di tempo libero dal lavoro. Roma gli piace molto, ma con lei non riesce proprio a godersela. Cerca tramite il cellulare una camera in affitto, in cui trasferirsi negli ultimi giorni di vacanza, dopo che questa sera avrà messo le cose in chiaro e rispedito indietro la consorte.

Il cameriere ha scambiato i due conti, la coppia dello Yorkshire ha avuto un notevole vantaggio e preferisce alzarsi e sparire tra la folla alla chetichella. I belgi pensano a una trovata furba del ristoratore e fanno chiamare i vigili. Ne segue una lite e una causa, per seguire la quale l’uomo è costretto a intervalli, durante l’inverno, a recarsi nuovamente  a Roma.

Durante la primavera inziano le procedure di separazione. Lei terrà il cane e la casa, lui i titoli azionari e la tutela del figlio quasi maggiorenne.

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