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Eri così carino. Ma v@ff@anc\/|0.

22 marzo 2013

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Un post criptopolitico
(non sono abbastanza -politicamente- liberata).

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effusioni-in-metro.

Guardate, in questi giorni non c’è notizia che non mi stimoli eccessivamente il sistema nervoso.

L’antefatto è sbriciolato nelle pieghe di mattinate molto simili a quella di ieri (ma furono anche pomeriggi). Una decina di persone vestite più o meno bene (camicetta e gonna al ginocchio le donne, camicia stirata, giacca e cravatta gli uomini), gesticolavano mentre parlano di interpellanze, di intrighi nazionali e internazionali, a seconda del periodo nel quale veniva svolto il viaggio.

Il viaggio stesso, dignitoso e squattrinato, veniva fatto in metropolitana. Espressioni scettiche, alzate di spalle, aria di cospirazione.

Ce n’era sempre uno che aveva l’aria di saperne più degli altri e alzava di poco il tono della voce: si andava a contrattare con alcune delle più alte cariche dello Stato. C’era chi aumentava temporaneamente di statura. Il silenzio intorno al gruppetto si allargava, come gli sguardi che sbirciavano le nostre cartelline, le frasi passate a mezza bocca da un passeggero a un altro.

Tutto quello sforzo nella cura della forma (ai luoghi delle istituzioni si deve del rispetto), mentre le ascelle bagnavano le cuciture delle maniche anche in pieno inverno, visto che andavamo dove avremmo dovuto reprimere la rabbia personale per rappresentare in modo equidistante quella di tutti, e quanta fatica solo nel prepararsi mentalmente all’azione.

Andavamo a rappresentare quegli stessi che il più delle volte chiedevano proprio a me di alzare la voce, di battere i pugni sul tavolo (sono una che quando si arrabbia se ne accorge anche l’altro capo del mondo) mentre, un po’ per natura, un po’ per strategia, volevo solo portare a casa i risultati e badavo a far sottoscrivere col sangue impegni ufficiali sopra richieste chiare e precise. Sapendo benissimo che in questo Paese, specie in politica, la parola data vale quanto un fazzoletto per il naso. E ogni volta ricominciare era più faticoso.

Era proprio quella sensazione di fatica che mi si appiccicava addosso anche subito dopo il risveglio, la doccia e i vestiti puliti, che mi obbligava a guardarmi attorno, e stare attenta a non dare nell’occhio in metropolitana.

Perché fino a un minuto prima avevo preparato discorsi e stampe di documenti lavorati a lungo, anche per giorni, con gli altri. Documenti la cui redazione e la cui rappresentanza a volte avevamo strappato a stento dalla zampata dell’opportunista di turno. Uno portato in palmo di mano da gente molto esaurita.

Gente che non necessariamente viveva lontano da Roma, ma si dichiarava distante da quelli che chiamava “i giochi di palazzo”, che accusava me e gli altri di non riuscire a combinare nulla, fingendo di non accorgersi che si succedevano governi su governi e ciascuno demandava il da farsi a quello che l’avrebbe seguito.

Noi continuavamo a tenere il punto, l’unico punto da tenere fisso, quello che ci avrebbe reso giustizia, il riconoscimento di diritti negati che sarebbe dovuto arrivare legalmente, per essere certi che avrebbe resistito nel tempo.

Visto che di bambini si andava a trattare, e tra i numeri da una a tre cifre che a stento la mia coscienza riusciva a sopportare, c’era anche un “due”, le due mie figlie, che non potevo ancora chiamare con quell’appellativo.

Ma neanche lasciare che se ne occupasse un portavoce sbucato da chissà dove, che gridava alla carneficina arringando la folla dal comodo palco della propria indifferenza alla questione.

Non dico che quella linea di condotta sia sempre e in assoluto la migliore, che valga in ogni circostanza, perché le istituzioni sono una bella cosa, ma in astratto. Spesso sono gli accordi presi sottobanco a  regolare il gioco.

Vedi il caso dei Marò, che alla fin fine sono sempre persone, portatrici di diritti universali, coi quali si sta giocando come con dei soldatini di piombo. Che ne so io se hanno ucciso o meno.  Ci sono i tribunali per stabilire le colpe. Le leggi dei Paesi non si parlano? Si fa lavorare la diplomazia.

E io mi ero convinta che dietro alla decisione di non farli ripartire, anche se discutibile, ci fosse stata una strizzata d’occhio tra i due Stati e la bagarre conseguente fosse orchestrata apposta. Macché. La situazione è sfociata comunque in un pasticcio.

Forse a causa di differenze culturali (mettiamo di non aver sentito parlare di retroscena politico/commerciali)?

L’Italia si è andata a impelagare in questa crisi diplomatica in un momento di massima vacanza di autorevolezza al proprio interno e sul piano internazionale. In mezzo al guado del passaggio da un governo tecnico (che politicamente vale meno di niente) a uno ancora da costituirsi, se mai si costituirà.

In questo limbo non era pensabile che alcuno si assumesse la responsabilità di una decisione definitiva, giusta o sbagliata che apparisse agli occhi dell’opinione pubblica. In pratica, un fallimento annunciato fin dall’inizio. La cosa più grave, un giocarsi il tutto per tutto sulla pelle di due uomini, trattati come cavie da laboratorio.

È inaudita, come tante altre cose che avvengono in questi mesi, così che verrebbe voglia di lasciar correre, ma no, non lascio correre: è inaudita questa retromarcia. Olltretutto costituisce l’ennesima ammissione dell’inconsistenza del nostro Paese, l’ennesima riprova che chiunque voglia può manovrarlo come meglio lo aggrada, dall’esterno e dall’interno.

Non sto con i marò, né con gli indiani, sto con quelle regole che gli esseri umani hanno costruito nei secoli, per la sopravvivenza della specie: leggi che valgono per tutti, governi che prendono decisioni per il bene dei cittadini che li hanno eletti. Quella che una volta chiamavano democrazia, e oggi mi sembra sempre più utopia.

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in-metro

Mi ricordo che uno dei nostri, una gran persona, un gran papà, il giovedì sera a volte tornava in treno dalle sue parti, al Nord, dopo quattro giorni trascorsi in Parlamento. Imparai che spesso il giovedì era l’ultimo giorno della settimana lavorativa per un deputato di fuori Roma, ma almeno per il mio amico lo “sbraco” arrivava sempre dopo il lavoro.

Ieri era giovedì, e di mattina nel vagone della metro spiccavano una decina di persone vestite più o meno elegantemente. Spiccavano per la rara occasione di vedere età e decoro riuniti in un’unica persona. Sbarbati di fresco, capello perfetto, camicia stirata, cravatta, occhiali da sole (non da vista: sotto i trenta si usano le lenti) sulla testa.

Uno aveva attirato la mia attenzione di osservatrice indipendente e fuori concorso. Per convincermi a prenderlo in considerazione: “Carino” mi avevano fatto gli occhi, dandomi di gomito.

– Su coni e bastoncelli?

– Immagino. Ma che domande, si parla per metafora.

Accento (forse) veneto, parlava ad alta voce con alcuni pari requisiti della varietà delle interpellanze che gli veniva chiesto di preparare dai più disparati gruppi di elettori di ogni parte d’Italia. Neanche gli altri del capannello facevano molto per cercare di non dare nell’occhio. Il silenzio si andava allargando attorno all’epicentro d’attenzione che costituivano. Alcune donne allungavano le orecchie dandogli a malincuore le spalle. Perché erano proprio carini, bisogna che mi ripeta.

Due loro coetanei capitolini, la barba sfatta, jeans e giubbotto di pelle aperto sulla maglia sformata, gli occhiali scuri pure loro, ma calati sopra gli occhi, si passavano commenti a mezza bocca.

Uno l’ho sentito bene: “Ma vaffanculo”, che forse era detto solo per invidia. Loro a Montecitorio non so se entreranno mai, se nella vita non sceglieranno di lottare in prima persona per qualche diritto leso da difendere.

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Subsonica – Tu menti (cover CCCP)

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Analogie digitali e dita analogiche

1 giugno 2012

I primi computer sono entrati presto, invece Internet l’abbiamo tenuto tanto tempo fuori dalla porta. Era ancora un’epoca analogica. Avevamo smesso da tempo di usare il contascatti ma mantenevamo, accanto al telefono di casa, i fogli che fino a poco tempo prima ciascuno degli abitanti doveva compilare segnando il numero iniziale, quello a fine chiamata, per poi calcolare la differenza e trascrivere anche quella, segnandola a proprio nome. Alla fine però abbiamo ceduto e ho iniziato a navigare anche io.

Il pc lo usavo quasi soltanto per lavoro e non c’era ancora nessuno con cui potessi scambiare email. Avevo la sensazione di perdere tempo e soldi attaccandomi alla rete per capriccio (oggi no, i soldi li perdo lo stesso ma non suona più nessun allarme interiore). Però ogni tanto mi sfiziavo a digitare sul motore di ricerca frasi a caso, per vedere cosa ne usciva. Una volta provai con “vento tra i capelli”, e venne fuori un sacco di roba: pensieri, poesie, reportage, tristezza, allegria, pubblicità. Ma quanta gente c’era col vento tra i capelli.

Attraverso altre frasi fantasiose sono approdata ad uno strano porto, dove mi ha accolto l’immagine di un gatto sornione e, sotto di lui, una raccolta di pagine scritte, elencate in ordine cronologico. Mai vista prima una cosa così. Era il posto di Lapizia, una che dava l’idea di passare il tempo sdraiata sul letto in pigiama a scrivere un diario. Mi ricordo la sensazione di fare la guardona, autorizzata, della vita di Eloisa, quella ragazza, che tra l’altro descriveva posti e fatti a me molto vicini. Infatti, viveva a pochi chilometri da dov’ero io e, visto che lo strumento lo consentiva, quasi subito le ho scritto. Lei, molto carina, mi ha risposto. Mi sembrava l’inizio di una bella amicizia, ma ho rovinato tutto non appena ho chiesto, al termine di un commento: “Scusa, non ho capito bene, cosa sarebbe questo “blog” del quale parli sempre?”. Troglodita elettronica, avrà pensato, e non si è fatta più sentire. Bah, peggio per lei. Chi si sarà creduta, chiusa nella sua torre d’avorio a farsi ammirare, magari era pure una cozza. Anche io scrivevo diari, erano pieni di disegni, poesie, trascrizioni di testi, ma mi guardavo bene dal condividerli, erano fatti miei. Sui blog sono partita col piede sbagliato, lo ammetto, sono stata affetta a lungo da un pregiudizio: i blogger erano dei narcisisti che non mi meritavano.

Col tempo Internet è diventato uno strumento di lavoro, spesso è indispensabile nella gestione della vita quotidiana, ed è anche un buon compagno nei momenti di svago. E adesso mi ritrovo abbonata al “bollettino” di Vibrisse, curato da Giulio Mozzi. Tutto vorrei che apparisse, tranne che una sviolinata, ma una cosa devo dirla: Vibrisse è davvero un servizio al pubblico. Presente Antonio Pascale: l’intellettuale dev’essere di servizio? Trovo che Mozzi sia uno dei pochi a cui si possa applicare questa definizione.

(- Non ci posso credere, l’hai fatto.

– Hai notato, sì? E che ne dici dello stile…

– Però. I miei complimenti.

– Grazie, demone caro.)

Quel sito (ma anche l’autore) è una miniera d’oro per il lettore curioso. Ed è un blog, cioé un diario, dove Giulio Mozzi pubblica i suoi pensieri, foto, annunci, recensioni e anche illustrazioni, aforismi, lavori altrui. Quello che per parte mia conta di più è il fatto che condivide generosamente il metodo e gli esiti delle sue ricerche. E risponde ai commenti anche all’infinito, se l’argomento non si esurisce da solo e prende nuovi risvolti. Risponde anche ai maleducati, finché non li rimette al loro posto. Seleziona autori, ci lavora assieme e spesso pubblica le loro storie che puoi scaricare gratis. Ultimamente ho letto con gusto, puntata dopo puntata “Il ricordo di Daniel” di Marco Candida. Non ci potevo credere, davvero un romanzo inedito gratis. Ho pensato che prima o poi dovrei fargli avere un vaglia o un bonifico perché non vale, ci hanno investito troppo tempo prezioso, per non avere un qualche tornaconto.

Oggi ho ricevuto la segnalazione dell’articolo “L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea” di Demetrio Paolin. Mi ha colpito molto, forse perché involontariamente richiama mie esperienze personali che bruciano ancora e lo fa attraverso un vocabolario che riconosco, dunque arriva subito a segno anche il non-detto. Analogie, insomma, di segno digitale. A parte i contenuti poi, è buona scrittura, un’intervista senza botta-e-risposta odiosi. Ancora un insegnamento da mettere a frutto.

Avevo ricevuto un invito ad una festa anni ottanta. Che essendo stati gli anni nei quali sono uscita dal bozzolo, combinandone di cotte e di crude, per me hanno un’importanza particolare. Per il gusto di commuovermi in vista della serata, ho cercato nel web filmati originali, ero sicura di trovarne. Ogni dettaglio se ne tira dietro un altro e, se mi concentro, sono capace di rigenerare l’anima candida di quel tempo, di ritrovarmi di nuovo a tredici anni, tutta sogni, patemi e frivolezze. Dopo aver passato più di mezz’ora tra le cose di un presunto cineasta dell’epoca, a un certo punto ho capito che si trattava di finzioni. Quello che faccio io dentro la testa, lui l’aveva fatto in pratica, realizzando una serie di corti commoventi. Un recupero della vera verità, un faticoso sgombero della memoria dai fantasmi mistificatori. Su questi binari ho incontrato il fotoromanzo “Ricordami per sempre” e quindi il primo assaggio di Mozzi.

Invece, la serata disco fu una delusione. Tutti quei vecchi. Ad occhi chiusi la musica era proprio lei e il corpo era capace di ritrovare perfino i passi, i sincronismi, le emozioni di una volta. Ma come mi guardavo attorno vedevo panzoni pelati che battevano il piedino guardandosi attorno famelici e signore coi capelli in piega e la piega sulla pancia, fasciate in abitini da teenager. A furia di vedermi circondata da zombie anche la voglia di ballare se n’è andata. Sono rientrata presto, delusissima.

Lo so, nemmeno io sono un bocciolo di rosa. Chissà come mi vedono da fuori. Il fatto è che mi sono accorta che alcune cose semplicemente non succedono più e non so dire da quando. Come stare affacciata in balcone dopo il tramonto finché il mondo non diventa un quadro di Magritte; come dormire tutta la domenica mattina; come partire all’improvviso per una meta lontana (decisa all’ultimo momento) senza sapere se si tornerà in giornata; come parlare a lungo con qualcuno delle cose che piacciono a entrambi e farci sopra sogni ad occhi chiusi e sogni ad occhi aperti; come dare e ricevere carezze da dita (ancora analogiche) attente a ciò che esprimono; come andare ogni tanto (mica tutti i giorni) a qualche concerto. Me ne ricordo uno dei Subsonica qui a Roma, quando ho saltato dall’inizio alla fine sotto al palco e mi ero fatta solo una tazzina di caffè. Sono certa che potrei rifarlo anche stasera stessa. In fondo saranno passati dieci o dodici anni al massimo.

Forse é così, io vivo fuori tempo;
é vero ciò che sento sotto pelle,
é come una costante sensazione di
mancata appartenenza
che suona e vedo le tue mani
allontanarsi alla deriva delle

cose che non ho,
cose che non avrei potuto avere mai,
e cose che non so,
le cose che non ho
son ciò che sono e non chiedono scusa.

 

 


Subsonica – Cose che non ho


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