Posts Tagged ‘Alice Munro’

Pronosticatrice di Nobel

10 ottobre 2013

Alice Munro, Premio Nobel per la letteratura 2013 è stata il mio primo “Consiglio d’autore” su Cartaresistente:

Munro

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A me non piacciono le cose semplici. Non lo faccio apposta, ma dopo un po’ mi annoio e lascio cadere il libro. A volte – ops – è caduto in qualche cassonetto. Certo, non sono neanche attratta da quelle saghe infinite, nelle quali se non ti fai degli schemi ti perdi per la strada, oppure da testi cervellotici con infiniti rimandi intelligenti, colti, oscuri e spesso un po’ (tanto) irritanti. La complicazione che mi piace è quella nella quale si respira vita vera. Lo scrittore, quello bravo, prende il suo vissuto e ce lo ripresenta combinato in mille modi, tanto che noi, lettori affezionati, finiamo col pensare: questo passa il suo tempo saccheggiando le vite della gente (da cui il famoso detto: “Scrittori e guardati”).
Adesso, Alice Munro. Non potresti mai dire la sua età, tanto meticolosa e intensa è la caratterizzazione dei suoi vari personaggi. Non ci riusciresti, se non badando a certi dettagli storici o ambientali. E questo è il bello, che a libro chiuso, e poggiato sopra il cuore ancora in affanno, ti accorgi che ti ha appena fatto fare un giro per la tua stessa vita. Incluso quel futuro nebuloso che da solo non sai figurarti. Allora avrà cent’anni, almeno. Forse Alice è un elfo, un essere soprannaturale. O un nome collettivo, una congrega di scrittori che fanno la staffetta da decenni. Chi lo sa. Di sicuro è donna. E brava. E anche tanto bella, a giudicare da come tutti si innamorano di lei.

«Leggete tutto di Alice Munro, ma per cominciare leggete Chi ti credi di essere? Sí, cominciate da quello».
Jonathan Franzen

Alice Munro “Chi ti credi di essere?” (Einaudi, 2012)

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Qui, tutti gli articoli con tag Alice Munro su iCalamari


Chi ti credi di essere?

Alice Munro2012

Supercoralli

pp. 280

€ 19,50

ISBN 978880618353

L -26

7 luglio 2013

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Il paese delle scimmie

 Un post volgare e nazional popolare

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Laura Boldrini, con giuste pretese,

Rifiuta a Marchionne il viaggio abbruzzese.

Ma la casta qui s’incazza

Tira fuori anche la mazza.

Lauretta, manda tutti a quel paese.

 

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Laura Boldrini è (anche) una blogger. Quante cazzate vi bevete dai blogger che spacciano le proprie opinioni per dati certi, notizie, informazioni? Quanto credete alle sedicenti testate giornalistiche che rubano notizie a chi paga i diritti d’autore a coloro ai quali spettano?

È il rischio del web. Va accettato, se si intende credere a una società più giusta, libera ed egualitaria. Si tratta di utopie, come no. Nessun cambiamento nella storia è mai avvenuto senza l’innesco fondamentale dell’utopia. Una visione della vita e del mondo senz’altro fuorviata dall’incasellamento di fatti e conseguenze entro una visione costruita a tavolino, quando non totalmente sognata da menti, a volte, del tutto farneticanti.

C’è sempre qualcuno che raccoglie l’utopia e la fa germogliare. Questa è la storia dell’essere umano. Ben venga l’utopia se poi lo spinge ad avanzare nella crescita personale e sociale. Ben venga. E questa, per inciso, è la mia opinione, non un fatto, il frutto di una ricerca, una notizia. Mi sono messa in testa di fare anche la blogger, che significa tutto e niente. Quantomeno, però, mi dà la possibilità di essere letta da chi trovi che la lettura di ciò che scrivo abbia un qualche interesse per relazionarsi o mettere in moto le proprie riflessioni.

Sono per metà figlia del sud. Per un quarto calabrese. Ho avuto un’educazione che mi ha convinta a tenere i panni sporchi in famiglia, a non ostentare competenze o doti, ad agire, più che proclamare intenzioni. A incanalarmi nel flusso della società così com’è organizzata, nella convinzione che non sia compito del singolo tentare il cambiamento. A non strafare. A dichiarare che sono donna con orgoglio ringhiante e risentito. E accettare che un ometto qualsiasi a me avrebbe potuto afferrare la gonna, alzarla, e mostrare a tutti le mie mutande gridando: Ce l’ha rosa! E io avrei dovuto stare in silenzio, ascoltando gli altri ridere della pessima uscita.

Ma, ecco la notizia, i tempi sono cambiati. Finché lo Stato non riterrà di tagliare la rete col machete come nei posti dove le rivoluzioni non sono ben accette, io resto in mostra così come ho deciso. Le mutande, vuoi vederle? Eccole, se mi va di mostratele, e  non c’è niente da ridere perché sono bellissime e, mia opinione, le porto proprio alla grande. Quelle mutande sono le mie idee, ne puoi discutere, oppure puoi ignorarle e tirare dritto, ma spiegami chi sei per mettermi in ridicolo come persona additando, non tanto loro, ma il mio coraggio nel mostrarle?

Alice Munro ha impiegato la vita ad affrancarsi dalle convenzioni, prima di vedere riconosciuto il senso e la grandezza della sua vocazione. Fosse nata una cinquantina d’anni dopo, ne sono certa, terrebbe almeno un blog, come tante altre di noi. Come Laura Boldrini.

Con una vita intera a testimonianza della statura della sua persona, puoi prendertela con lei (che è anche su twitter, sai? Non si sottrae al confronto) su punti specifici della sua attività di Presidente della Camera, puoi dissentire, darle addosso perché non agisce come pretenderesti. Fin qui è tuo diritto: fallo.

Ma davanti al suo rifiuto a visitare la fabbrica del sciùr padrun opponendo che “Per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all’estero, centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più povero e più debole nella competizione internazionale” e proponendo la visione personale che per reagire alla crisi serva “un progetto del tutto nuovo” (dalle torto, và) non puoi permetterti (non ti devi permettere!) di attaccarti alla sua gonna per destituire il suo pensiero, davvero no. Di far passare per arroganza il disinteresse per il cosiddetto galateo istituzionale sfoggiato da Marchionne.

È una mossa bieca e fallimentare. I tempi sono cambiati, ex ministro Brunetta. C’è, sì, dissonanza tra i presidenti delle due camere e la larghissima maggioranza che, a parer suo, rappresenterebbe l’intero paese. Perché quello stesso paese è composto da gente che da un giorno all’altro non ha più il lavoro, ma ha ancora bocche da sfamare, gente che ha accesso alle informazioni, che partecipa alle discussioni in maniera sempre più consapevole, ala faccia del gap cognitivo nel quale la vostra gestione politica ha bruciato le chances delle ultime generazioni.

E hai voglia a cercare sempre di portare il livello del dibattito sotto la cintola.

Il paese, sfogato un certo numero di atti onanistici, avrà pure abbandonato la volontà di far esplodere la rabbia repressa, ma davanti avrà sempre più la propria fame, figli dell’età più varia senza alcun futuro, per i quali non esiste alcun progetto formativo nazionale valido. Anzi.

Inizi a temerlo questo paese, la maggioranza delle larghe intese (troppe rime, altro che pippe, nel mio caso), perché non può essere consonante con essa, quando ascolta Brunetta sostenere che Boldrini rivendica “un’ideologia anticapitalista che fa paura e manda messaggi negativi ai mercati”.

Conosco imprenditori che chiedono con forza di visitare i propri stabilimenti, per rendersi conto di ciò in cui consiste il proprio lavoro, quali sono i processi produttivi, chi sono e in che condizioni lavorano gli addetti alle varie mansioni. In quale tipo di ambiente avviene la produzione di ciò per noi utenti finali è, alla fine, soltanto un altro bene di consumo. Quali garanzie, quali prospettive di salute e solidità offre ai propri dipendenti e anche al paese, chi rischia di investire i propri ricavi seguendo una visione innovativa.

Innovazione. Rischio. Visione utopica (di base, ma tradotta in azioni concrete) per l’occupazione.

Laura Boldrini mi sembra che ascolti tutte le campane, ma, opinione di blogger (e pazienza), nelle sue vesti istituzionali fa bene a non voler salire in cima a un campanile tanto potente, rischiando la sordità per tutti.

La campana di Rovereto

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L -35

5 Mag 2013

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Il post che non avevo mai postato

Happy Anniversary

Il post che non avevo mai postato

A uno scrittore era indirizzato.

Anche se da sola

Mo’ mi faccio scuola,

Seguire il suo consiglio m’ha giovato.

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(buon compleanno blog)

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Se stasera sono qui

è perché

3/05/12

Cose che penso mentre vado alla macchinetta del caffé.
In ordine sparso:
Fuori c’è il sole ma dentro c’è un freddo boia, non avrei dovuto mettere i sandali senza calze, me lo fanno notare tutti ma io tiro dritto e faccio finta di niente.
Arriva Lola e mi fa, impressionata: Cosa sono quelle macchia rosse sul collo?
Oh, rispondo, sarà un po’ di reazione al sole.
Sotto la gola? Incalza.
Oppure sarà una reazione emotiva.
A che? fa lei.
Sono stata concentrata a guardare un intervista a X.
Ancora?!
Eh, sì. E allora?
E che dice questa intervista?
Guarda, è fantastica, ha tracciato in maniera millimetrica e anche con estrema sintesi tutta la sua parabola di intellettuale e letterato fino ad oggi.
Cioè?
Cioè ha descritto con chiarezza in cosa consiste la sua, ehm, filosofia, o la poetica, o come la vuoi chiamare, e quello che c’è dietro ciascuno dei suoi libri e poi della sua ricerca attuale. Che bella intervista.
Ma ancora non ho capito, che ha detto di tanto entusiasmante?
E’ nella parte conclusiva, quando dice di essere figlio dell’illuminismo e del romanticismo insieme, e che serve una nuova “griglia”.
Mhm.
E che questa ricerca sta ossessionando tutta la sua vita, ahia.
Tira su la testa dal muro.
Capisci?
No.
A me invece sembra di aver capito. Torniamo?
E percorrendo il corridoio grigio e verde mi ricordo […]. Mi avevi detto che scrivevo cose… “sospese”, mi pare. Mi sono sentita spiazzata, avevi detto che forse dipendeva da mancanza di esperienza. Nella scrittura? Sicuro. Nella vita invece, boh. Ho un’esperienza media, come tutti. Qual è il punto? A me piace raccontare, per iscritto mi viene meglio. Ma non basta, cerco un contatto con il mondo attraverso la scrittura. Ho buttato i vecchi racconti dietro le spalle. Ho scritto di nuovo, riscritto cercando la mia voce, tutto quello che volevo raccontare del pezzettino di vita trascorso cercando l’adozione. Ora sto aspettando, il tempo necessario per dimenticarmi del suono di certe frasi. Poi rileggerò e capirò se ne è valsa la pena.
Per distrarmi (non mi piace aspettare) ho provato a giocare con altri racconti. Sorpresa: adesso non trovo più personaggi che mi soddisfino. Però… Se il personaggio principale dev’essere totalmente aderente a me non può funzionare, non ci sarà mai abbastanza esperienza (di vita o di scrittura) per riempire un libro senza tornare dove ero già passata prima. Alice Munro invece fa con disinvoltura delle belle operazioni infilandosi in panni altrui costruiti con meticolosità apposta per calzarle a pennello. A lei riesce, però devo ammettere che quello mi colpisce moltissimo è il suo punto di vista di persona arrivata alla vecchiaia. Ecco, quella si che è un’esperienza. I vecchi sono davvero affascinanti.
E adesso, come se ne esce? Come, come?
Lola a quel punto mi fa: Che silenzio, a che pensi?
Guarda, la distraggo, c’è un mucchio di riviste buttate su quel tavolino.
Vediamo?
Ti prego, leggi: “Il global sourcing va riconfigurato all’interno di una strategia complessiva di “global make or buy”
Il Global make… Che vuol dire?
Non lo so, sembra importante ma… questo proprio non lo capisco.
E chissene frega.
Giusto. (Come odio questo corridoio).

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E dopo pochi giorni avevo in linea iCalamari, da allora il resto è vita che cerco di raccontare. 🙂

Consigli d’autore

27 dicembre 2012

Una bella occasione che mi è stata offerta da Cartaresistente.

Il dovere di Essere Intelligenti (e quello di Indagare Sulla Natura Della Consapevolezza Umana)

14 settembre 2012

Seguendo un g+ che mi consiglia sempre bene, ho letto un articolo sul blog Leucophaea dal titolo “Mistero” nel quale l’autore, Marco Ferrari, disserta della contrapposizione tra la fiducia nelle idee scientifiche e quella nella superstizione (o meglio, nella necessità insita nella natura umana di fermarsi, spesso, alle spiegazioni semplici):

[…] da mesi in redazione e fuori stiamo discutendo del perché bene o male (più male che bene) le idee scientifiche facciano una gran fatica a diffondersi e soprattutto a superare un muro di quella che potrebbe essere definita superstizione, ma non lo è, non del tutto.

L’assunto è che ci siano troppe controversie che contrappongono una spiegazione scientifica a una no. E come dargli torto? Mi fido della sua interpretazione, almeno per ciò che ritiene importante estrarre dalle 11 pagine di Jiro Tanaka in inglese scientifico ed in particolare del grafico (quasi quasi lo riporto anch’io)

che espone i tratti distintivi e quelli in comune tra la tendenza meccanicistica (che sfocia nei casi estremi nell’autismo) e tendenza mentalistica (che invece può degenerare nella psicosi). Nel mezzo c’è quella che viene definita popolazione “normale”, che include chi tende ad occuparsi di Ingegneria, Matematica e Fisica, Logica, Scienze naturali, Filosofia, Giurisprudenza e Scienze sociali, Storia, Storytelling, Psicanalisi, Terapia e Poesia.

Ma peccato, peccato davvero, per come lo sfogo poi gli prenda la mano e tutto il discorso finisca per riunire sotto l’unica definizione di “adoratori del mistero” varie teorie del complotto, visioni olistiche, agopuntura, e restare chiuso entro lo schema rigido di quella contrapposizione che, inizialmente, sembrava deplorare. Eppure in un punto si lascia sfuggire un “ci mancherebbe”:

“una interpretazione del fenomeno che lascia un angolino di inspiegato, di non rientrante nelle normali leggi della fisica e della chimica, del “c’è sempre qualcos’altro”, del “ci sono più cose in cielo eccetera”. Che è bello, da certi punti di vista, perché significa che secondo queste persone la scienza non ha ancora spiegato tutto (ed è vero, ci mancherebbe)

E quindi Marco Ferrari finisce per scagliarsi contro lo storytelling e contro la cultura umanistica tout court.

[…] Che, come dicevo sopra, vede nel mistero, nell’inspiegato e in fondo nell’inspiegabile, qualcosa di fondamentale […]Non si accontentano delle spiegazioni della scienza, vogliono sempre che ci sia qualcosa di più. E il mistero per loro deve rimanere tale, sono inorriditi dal tentativo degli scienziati di penetrarlo tanto quanto sono annoiati e respinti dalle spiegazioni. […]

Mah… Almeno maneggiando questi argomenti forse varrebbe la pena sforzarsi di entrare un po’ più nel merito. Sapere ad esempio che esiste un dibattito, seppure minimo, su un certo modo di fare letteratura, una modalità che si attiene al dato scientifico. Una certa tradizione che si fa risalire ad Anton Cechov, passando per Alice Munro e John Cheever, ma ormai declinata in molte maniere e di sicuro non chiusa a difesa di posizioni indifendibili. Insomma, io non confonderei con tanta serena certezza la superstizione e l’indagine del mondo svolta attraverso la letteratura e la poesia.

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Dolce Consapevolezza di sé – Annamaria Papalini
(immagine, “rubata” al volo oggi all’amica Maria, dell’opera ancora imballata subito dopo l’acquisto).

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La filosofia, madre di tutte le scienze, nasce come indagine a tutto tondo -quindi, aggiornando l’accezione, indagine a carattere “olistico”, termine che io non svilirei tanto bellamente-. In fondo, dopo molti secoli, dopo la necessaria e dolorosa separazione tra le varie branche della conoscenza avviata nell’illuminismo, si torna sempre più di frequente a cercare di indagare le commistioni, pur sempre esistenti, tra i diversi filoni dello scibile umano e cercare di abbattere il muro artificiosamente eretto tra cultura umanistica e scientifica. (Io poi sono un architetto e proprio non me ne faccio una ragione. Vi siete mai ritrovati commossi davanti, ad esempio, alla bellezza unita all’utilità pratica di un’opera di Riccardo Morandi o di Luis Kahn?)

Mi piace aggiungermi a quanti citano ad ogni piè sospinto l’affermazione di John D. Barrow (insigne cosmologo):

Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa

Lo stesso Barrow, quando fu insignito del Premio Templeton nel 2006, ricevette la motivazione: “per i suoi scritti sulla relazione tra la vita e l’universo, e sulla natura della consapevolezza umana [che] ha prodotto nuove prospettive sulle questioni centrali riguardo alla scienza e alla religione”.

La natura della consapevolezza umana. A che pro indagarla? Per tornare al mio limitatissimo cantuccio letterario, che è purtroppo solo un luogo dell’anima (e vammi a dimostrare che non ci sia spazio per l’anima -al più sospendi il giudizio, eccheccacchio!- tra i gangli del cervello per questa mole di nozioni, intuizioni e di riflessioni, mole che, sarà che i neuroni muoiono e non vengono rimpiazzati, ingrossa le sue file di giorno in giorno), oggi che viaggio in compagnia del Gioco del Mondo* e mi stupisco ancora (non finirò mai) di come la letteratura riguardi da vicino ciascuno di noi, mi sento contemporaneamente affine alla natura della Maga

“[…] Toc, toc, tu hai un uccellino nella testa. Toc, toc, ti bechetta dentro continuamente […]”

perché sono spesso incosciente, sbadata e ignorante come lei, ma mi riconosco anche nello sguardo che su di lei posa Oliveira

“[…] Soltanto Oliveira si accorgeva che la Maga si affacciava ad ogni istante a quelle grandi terrazze senza tempo che tutti loro cercavano dialetticamente.”

Maga e Oliveira insieme -e d’altra parte come pensare che lo stesso Cortazár abbia potuto descrivere entrambi così bene senza aver avuto esperienza di tutte e due le facce della medaglia?-, io mi sto via via convincendo che soltanto quando si arrivi a padroneggiare entrambi i mondi, senza che un aspetto prevalga mai sull’altro, si possa aspirare ad avvicinarsi, privi di preconcetti, a qualcosa che assomigli a una rudimentale conoscenza del mondo. La conoscenza del mondo, la consapevolezza del tutto e insieme di sé stessi, il tema principe, il tema fondamentale dell’esistenza. Ecco a che pro indagare.

i sentimenti, del resto, non sono un tema qualunque, sono il tema fondamentale.

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Nel 1983 scoprii, tra le altre, una splendida canzone già vecchia di dieci anni, che richiamava la leggenda dell’indovino Tiresia, in qualche modo il riassunto simbolico e poetico del senso delle riflessioni appena esposte. E, secondo me, una buona mano la dà anche ad avallare l’intuizione di quello scrittore/tecnico (non un “artista”! E nemmeno uno “scienziato”, eh, non ci sbagliamo!), quello che “la narrativa no”, ma che anche

“reputo la disciplina scientifica di fondamentale importanza per lo sviluppo della democrazia, la cultura umanistica per studiare i sentimenti delle persone. Il mix lo lasciamo a quelli che preparano i cocktail. Una cosa è certa: oggi abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè aperti al mondo, capaci di integrare le conoscenze. Abbiamo anche il dovere di non essere solo creativi ma di stare a servizio della cultura, intesa,qui, in senso lato”

(mi diverto a collezionare interviste, e allora?).

Genesis – The Cinema Show

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*) Julio Cortazár: Il Gioco del mondo (Rayuela)  – Ed. Einaudi 2005

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Prendere vento in bassa stagione

9 luglio 2012

 

 

 

Le mie vacanze sono agli sgoccioli.

 

– Yawn… Perché, dov’eri andata?

– In ferie, demone distratto.

– Beata te.

– Non dirmi che proprio tu lavori troppo.

– Mai lavorato un giorno in vita mia.

– Allora che vuol dire “beata te”?

– Che ci vuole una bella faccia tosta a andare in ferie adesso, con tutto quello che succede intorno.

– Guarda che leggo i giornali e poi, perché, tu che sei rimasto cos’hai fatto?

– Ho fatto cose, visto gente… Ciao!

– Ma sei scemo?

– Era una citazione.

– Bravo, torna a infilare perline, và.

– Hai una sigaretta?

– Vai.

 

É vero, è un momentaccio. Tra le tante nuove c’è De Gennaro, che a proposito delle condanne di Genova sente proprio di dover esprimere un profondo dolore per tutti coloro che a Genova hanno subito torti e violenze e un sentimento di affetto e di umana solidarietà per quei funzionari [condannati]”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, via.

Durante i “fatti di Genova” ero in viaggio di nozze in una vallata austriaca. Pensavo che nulla avrebbe potuto macchiare la mia felicità. E poi guardando i telegiornali iniziai a grattarmi la testa, a darmi piccoli schiaffetti in viso. Quale felicità è perfetta? Avevamo degli amici che a Genova c’erano andati, che erano lì per protestare, come quei ragazzi che poi furono pestati alla scuola Diaz. Quale importanza aveva la nostra felicità per coloro che in quel momento erano a Genova a prendere botte dalla Polizia? Il mio matrimonio era un’idea geniale, autarchica, recentissima, ancora euforica. Una macchina nuova all’ uscita da un autosalone. E subito ecco un graffio sulla sua carrozzeria lucente.

E poco dopo è toccato a noi stare dalla parte di chi aveva problemi. Com’era difficile trovare qualcuno disposto a stare a sentire, convincerlo che bisognava che si unisse a noi per farcela. Quanto è costato lottare contro il silenzio. Eppure mi dicevo: hanno ragione. Troppi problemi al mondo. Bisogna fare una selezione, e non è sempre facile restare lucidi. Distinguere tra i casi. Non privarsi delle forze necessarie a vivere. Che vita difficile. Che vita impossibile. E poi è tutto finito,  all’improvviso, ecco. Ora si vive, finalmente. Ma come si fa?

Adesso vado in ferie quando mi pare, se mi pare. Troppi anni legata a una catena lurida di interessi disumani e sconci, che hanno dettato i tempi della mia, della nostra vita insieme. A volte vorrei proprio fumare. È che non reggo, sono diventata allergica, credo. Fumare mi fa male, all’istante. Proprio non posso. Bere nemmeno. E poi son cose diseducative verso i figli. Vado in vacanza a giugno allora, almeno questo.

– Cara, ti sei spiegata benissimo.

– Perline.

– Vado.

 

Su, non sono mica l’unica che per aggirare i costi dell’alta stagione prende le ferie a giugno, massimo ai primi di luglio. Vi ho visti, siete in tanti a fare come me. Spiagge belle piene, famiglie con bambini e tanti salsicciotti rosati e biondi (più tedeschi ed olandesi che italiani) in bicicletta per chilometri e chilometri  di curve a quaranta gradi sotto al sole.

L’ho scoperto quando le bambine erano piccole, in questo periodo il mare non è soltanto conveniente, è anche più pulito, e ci sono più chance di belle giornate. C’è anche un altro lato positivo. Ora che la vacanza mi ha quasi stufata, e significa che ha funzionato, è piacevole il pensiero di tornare nelle strade ancora affollate della città e sentire l’aria come più fresca, rispetto a prima della partenza, anche se la temperatura è cresciuta.

Capire che la città è un luogo come un altro. Né migliore né peggiore, tutto dipende da cosa ci sto a fare. E vedere che tutti viaggiano in senso contrario al mio, che mi sfiorano aggirandomi quasi senza vedermi e invece io mi permetto di camminare lenta, di girare lo sguardo e accorgermi della bellezza intorno, che c’è sempre bellezza, a ben guardare. E sorridere, senza ritegno. Anche agli sconosciuti, a quelli dall’aria innocua, s’intende. Ho voglia di sorridere. Di recuperare la felicità. Dev’essere un’esigenza comune a molti, se tante copertine includono la felicità nei titoli. In pochi mesi io che sono una lettrice pigra ed inconstante, ho letto, ad esempio Francesco Piccolo, Erri De Luca e Alice Munro. Ma tanti altri stanno a prendere vento sugli scaffali delle librerie e dei banchetti di libri nelle vie e nelle piazze estive.

Tra poco Roma si svuoterà di cittadini e resterà soltanto chi non avrà niente da fare o nessun soldo in tasca, che camminerà lento e contromano come starò facendo io. Ci ritroveremo alle rassegne di cinema, di musica, alle feste sul fiume, magari. Mhm, o forse no. Dipenderà da quanto vorrò sforzarmi a fare cose.

Sto tornando, ancora qualche giorno. Qui in Sardegna ho seguito il vento, finora niente maestrale e allora sono stati giorni isolati, puntiformi. Ognuno differente. Credo di avere seminato bene, qui. Mi ero portata solo due libri e qualche canovaccio. Pensavo che non avrei scritto, ma l’ho fatto.

Avevo messo in valigia tanti dubbi, sperando di srotolarli a terra in qualche spiaggia torrida e lasciarli prosciugare al sole. Invece hanno preso una forma ancora più concreta. Quindi pensavo che non avrei avuto notti senza sonno, invece ci sono state, eccome. Ma ricche di pensieri lineari, e il giorno successivo è stato come ritrovarmi messa a nuovo.

Pensieri come vettori: direzione, lunghezza, verso. Si sono uniti a rete, uno ad uno. Rette che, collegate, hanno costituito un piano. E io sento adesso che le dimensioni possono farsi multiple. Che non esiste solo il qui ed ora. Pensiero che rende liberi. Che rende forti. Che dà fiducia.

Il vento è favorevole, sto ritornando. Sarà bello ritrovarmi.

 

Road signal dal blog Marianorun

 

 

Seriamente,

19 Mag 2012

Leggo l’ultimo libro di Pino Cacucci dove c’è una galleria di personaggi in apparenza senza alcun legame tra di loro, se non che :

1. Sono tutti morti e dimenticati,

2. Hanno avuto tutti vite o esiti delle loro vite fuori dal comune, protagonisti-ombra di un passato lontano ma ancora vivo nella memoria comune, eventi che necessitano ancora di uno sforzo di interpretazione.

La resa dell’operazione compiuta da Cacucci è molto emozionante, nel senso che leggendo sembra di udire la viva voce di chi viene ritratto. In realtà l’autore si sforza di restare ai margini e di attenersi il più possibile alle testimonianze e ai fatti accertati. Spesso ci riesce, ma in effetti è dove interviene con le sue  pennellate di fantasia che attiva al meglio l’empatia del lettore. Una Spoon River in prosa, attraversata dal desiderio forte di rendere giustizia ai vinti.

Cacucci è un navigato narratore e traduttore di alcuni tra i migliori scrittori latinoamericani. Prima di Nessuno può portarti un fiore (Feltrinelli, 2012) non avevo letto niente uscito direttamente dalla sua penna, bensì Latinoamericana (i diari del Che), da lui curato, Ma tu lo sai che è impossibile, di Paco Ignatio Taibo II il quale attribuì il nome dell’amico italiano, anche suo traduttore, a uno dei personaggi, e avevo visto i film tratti dai suoi libri. Di fronte a Cacucci, più che con un uomo pare di avere a che fare con un sistema, che conta di dare quante più testimonianze possibili di quell’umanità che muove realmente il mondo, di quei singoli che sommati realizzano la Storia, più come protagonisti “bassi” che come eroi.

Mentre Cacucci recupera i semisconosciuti, Alice Munro dal Canada fa lo stesso, ma con esistenze in apparenza davvero modeste. Anche lei ritrae soggetti a volte meno, a volte più reali. Quando lo sono dichiaratamente, cerca di rispettarne al massimo la verità storica. Di racconti della Munro ho fatto incetta nell’ultimo mese, restando stupita e scioccata ad ogni nuovo personaggio, per la capacità di richiamare la mia esperienza quotidiana e allo stesso tempo di portare allo scoperto la  costante eccezionalità di vite normalissime.

Munro e Cacucci sollecitano la capacità del lettore di riconoscere quanto di straordinario c’è in sé e attorno a sé, quel genere di straordinarietà che giorno dopo giorno opera svolte nel mondo. E per entrambi, il tocco da maestro è dato dal lasciar trascorrere tempo tra lo svolgimento degli eventi e la loro narrazione, per rendere lecita la trasfigurazione del personaggio e lenire in parte il disagio di prendere parola per conto di chi non può aver voce. In entrambi i casi, effettuata alla giusta distanza, la trasfigurazione viene svolta con maestria, l’artificio letterario non si nota più.

Si discute tanto sulla bontà o meno della comunicazione nell’era digitale. In realtà più che del mezzo si dovrebbe discutere del metodo. La conoscenza in tempo reale dei fatti e delle persone, piccoli e grandi messi sullo stesso piano, porta spesso all’iconizzazione prematura dei morti, gli unici che non hanno più parola. Io sento la mancanza della prudenza, dell’attesa per il lavorio del tempo, che renda accettabili a chi scrive e anche a chi legge le inevitabili forzature nei significati che non è ancora dato attribuire, perché troppo vicino a noi lo svolgimento dei fatti.

Facendo riferimento agli insegnamenti degli scrittori citati in questo articolo, della giornata odierna penso che sia giusto sollevare, e con forza, la reazione della società civile, stendendo però sulle vittime un doveroso velo di rispetto, ancora per molti anni a venire.


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