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Neanche io ci credo

3 agosto 2012

Certo che la vita, a volte. Lo dicevo l’altroieri a Sara, ci sono vite che nemmeno a inventarle. E lei mi rispondeva: infatti io penso che sia molto meglio inventarle. Eppure, con queste vite vere che diventano giorno per giorno sempre più ingarbugliate, anche quando in apparenza se ne stanno ben piombate sul fondo, che ci dovremmo fare? E poi, ieri è tornata Sara a chiedermi, tu ci credi? Ma no che non ci ho mai creduto. Tu ci credi? Mi rimbalzava in mente la domanda, Tu ci credi? Ma no, ho ripetuto, no. Solo che ora, con l’età, mi dico “non si può essere così tanto manichei. Parlo della questione che ha sollevato giusto ieri, poco prima di pranzo.

Una mail dal titolo “NO COMMENT”, in lettere maiuscole -e questo particolare già è bastato a mettermi in allerta-. All’interno, soltanto un link:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/amicizia-uomo-donna-io-non-ci-credo/, e nulla più.

Che vorrà dirmi? Mi sono domandata. Ma, prima di fare pressione sul tasto canc -cosa che faccio sempre, quando trovo nella posta in arrivo mail scritte nello stile Distratta Disinvoltura Giovanile-, ho pensato bene di dare un’occhiata alla pagina alla quale rimandava il collegamento: Un articolo di Antonio Pascale, in forma più o meno narrativa, che tratta dell’amicizia tra uomini e donne. Seguito, al solito, da una valanga di commenti che sfiorano la rissa.

“Ah.” Ho fatto tra me e me, leggendo. E poi, subito dopo, “Mah”.

Un dialogo tipicamente intenso con il mio subcosciente. Però, e qui viene il bello, ieri ho aggiunto: “Mi ricorda un paio di freddure”

(A volte mi sento un po’ come Homer Simpson: almeno nel primo quarto d’ora in cui m’impegno a pensare ad un argomento nuovo immagino che si materializzino sopra la mia testa fumetti con ciambelle. È imbarazzante, perché alcune di queste volte ho l’impressione che la gente mi guardi storto, come se le ciambelle fossero visibili anche dall’esterno.

In questo caso, sopra di me ho sentito materializzarsi delle ciambelle-barzellette, che sono andata subito a recuperare qui:

 1)

Un giorno mi chiamò una ragazza a casa dicendomi:

“Vieni subito a casa, che non c’è nessuno”

Quando arrivai a casa sua non c’era nessuno.

2)

Un giovane vede una ragazza per strada e senza conoscerla si avvicina e le dice:

“A vederla sorridere, mi viene voglia di invitarla da me!”

E lei indignata: “Ma come si permette! Lei è un vero insolente!”

“No, signorina, sono un dentista!”)

Un altro breve inciso, posso?

– “Breve”, detto da te, vuol dire che posso andare a farmi la manicure e pure una seduta di shiatsu, e quando sarò tornato ti troverò ancora qui che filosofeggi a cavolo – perché tu sei un’ignorante, non negarlo- e quando mi vedrai arrivare, mi lancerai un’occhiata supplichevole affinché ti offra una sponda che ti aiuti a tirarti fuori dal gorgo nel quale ti sei infilata. O no?

– Demone, ti si è sbeccato lo smalto.

– Che amica sei, grazie di avermelo detto. Accidenti però, chiamo subito l’estetista.

– Demone, una cosa.

– Sì?

– Tu sei uomo o donna?

– E tu, com’è che alla tua età sei ancora tanto manichea?

– Io manichea? Macché, giusto poco fa stavo dicendo…

– Pronto? Silvana cara, hai mica uno spazietto per rifinire il gel, diciamo tra le quindici e le venticinque?

Via col secondo inciso, allora:

(Giusto così, tanto per ricordare che, stando a una statistica dell’ONU del 2010,

Nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Nel 2010, alcune aree registrano un’evidente “carenza” di uomini, mentre altre di donne. In generale, l’Europa è la zona che vanta più donne rispetto agli uomini. Al contrario, in alcuni dei paesi più popolati si osserva una carenza di donne. Ad esempio la Cina presenta un rapporto di 108 uomini su 100 donne, l’India di 107, il Pakistan di 106 e il Bangladesh di 102.

E che la maggior parte di queste donne vivono molto al di sotto della soglia di povertà. Molte, in rapporto al numero complessivo, sono bambine -senza dare troppi numeri, consideriamo il fatto che l’aspettativa di vita è di 45,9 anni nella Repubblica Centroafricana contro gli 82,7 anni in Giappone), e quindi l’età media è molto bassa-. (Vi potete divertire inserendo date di nascita reali o fittizie su http://www.7billionandme.org/ e vedere che risultati escono fuori).

Tratta connection, un reportage che la giornalista Chiara Caprio ha scritto per Vita Magazine, in cui racconta l’inchiesta realizzata con la troupe di Al Jazeera (documentario in finale nella sezione internazionale del premio Ilaria Alpi) sul traffico di donne tra Italia e Nigeria, inizia, guardacaso, con il funerale di una bambina a Castel Volturno, sul litorale domizio, quello stesso litorale descritto ne “La città distratta”*.

Nel reportage è denunciata “l’altissima richiesta di prostitute da parte dei maschi italiani”, che genera un terreno fecondo per la crescita delle relazioni (inizialmente di incontro/scontro, l’articolo ricorda la “guerriglia del settembre 2008, quando diverse centinaia di immigrati scesero in strada abbandonandosi ad atti di teppismo per vendicare il massacro di sei africani compiuto dalla banda di Giuseppe Setola, braccio armato del clan dei Casalesi.”) tra la  tra criminalità organizzata nigeriana e italiana.

Quanto alle italiane, di nascita e di lignaggio, non posso sopportare di sentire a ogni piè sospinto che le donne devono tornare ad essere “quelle di una volta” (e “se vogliono un uomo come quelli di una volta”, per di più). Che di relazioni sullo stampo “di un volta” ce n’é ancora a bizzeffe a questo mondo, e soprattutto in terra italica.

Ah, tra parentesi, andiamolo pure a chiedere alle settanta-ottantenni di oggi com’erano le relazioni tra uomini e donne prima del fatidico ’68. Facciamocelo un giro, che loro non aspettano altro che di venircelo a raccontare.

Io, invece, che arrivo dopo di loro, da quando ho imparato a reagire agli schiaffi della vita, mi sono guadagnata l’appellativo della donna forte.

Mia mamma però, che è della vecchia guardia, mi ha istruito per tempo. Appena ho sviluppato mi ha comprato trucchi, minigonne e scarpe col tacco, e in ogni occasione non ha mancato di dirmi: Figlia mia, tu non sei cretina (detto da lei è un complimento commovente), sbatti bene le ciglia quando i maschietti ti parlano e fa’ in modo che non se ne accorga mai nessuno che hai un cervello, o ti ritroverai che, mentre davanti ti dicono “Quanto sei forte, tu”, intanto te lo infilano nel c. Mhm. Però mi sa che sbaglio, questa battuta era tipica di mia nonna -che non solo era forte davvero, ma aveva proprio le palle. E quando non li massacrava di insulti, era capace di irretire fatalmente perfino i miei “amici” maschi-. Comunque, il concetto espresso da mia madre era lo stesso.

E poi, sentite, ho appena lasciato dopo un caffé Cassandra, la quale mi ha annunciato con occhi da martirio che quest’anno passerà tutta da sola il Ferragosto. “Sono solo pochi giorni, la utilizzerò come occasione di crescita. Magari andrò in chiesa. E poi, io sono una donna forte”. E intanto, mentre parlava, le scendevano tante di quelle lacrime a coprire il suo bel sorriso, che non so come ho potuto frenarmi dall’abbracciarla, invece di lasciarla lì impalata in mezzo al corridoio a scorrere ditate veloci lungo le guance. Eccolo qua, il destino delle donne forti.

Sempre per amor di verità ricordo che ci sono donne e donne. Per esempio, ci sono le donne omosessuali. Ci sono donne che nascono in corpi di uomini. Ci sono eh, ne conosco, e ogni giorno vivono e camminano tra noi. Teniamole presenti queste variazioni sul tema. Che poi sono quelle che fanno davvero la differenza.

Ho fatto queste premesse doverose per dire che, per me, i rapporti uomo-donna non si possono osservare soltanto dal punto di vista privilegiato e forse un po’ annoiato di noi bravi occidentali normosessuati. Proseguo con l’argomento principe, va’.)

…“e mi ricordo pure di un post non recentissimo”, che ho recuperato e provveduto ad inviare a Sara, con il commento “Già letto”, augurandomi che almeno desse un’occhiata, perché è molto più bello dell’articolo. Pensavo che il mio tracotante sfoggio di competenza sui temi pascaliani avrebbe chiuso lì l’argomento, ma mi sbagliavo.

Sara ha iniziato a mandarmi mail a raffica, circa una ogni tenta secondi, e ciascuna contente un commento stizzito e lapidario. E siccome cominciavo a stizzirmi anch’io (complice il clima, l’ambiente lavorativo e, non ultimo, l’affronto a una delle mie muse), ci ho dato un taglio e l’ho invitata a pranzare con me.

Va detto che uscire fuori nella canicola dopo ore trascorse nel frigorifero aziendale non era stata esattamente una grande idea. Ma nel momento in cui, dopo la prima pedalata, ho sentito tutti i vestiti volare all’indietro e una corrente, ancorché calda, sventagliarmi tutta attorno a naso e mento, ho iniziato a sorridere da sotto il casco e non ho smesso di farlo fino ai margini di Villa Borghese dove, appoggiata a una delle colonnine all’ingresso del Bioparco, c’era lei ad aspettarmi accanto alla sua bici già tutta ripiegata. Sara è afflitta da una fame prodigiosa.

– Sto per svenire, – è stato il suo saluto, e non ha aggiunto altro finché non ha dato il terzo morso al suo hot dog.

Allora la questione ho iniziata a prenderla un po’ alla lontana:

– Senti, Sara, pensavo… Chissà poi perché mi è venuta in mente questa cosa?

– Che cosa? – Ha bofonchiato lei, con le guance da castoro tutte imbrattate di senape.

– Secondo te, che cosa siamo noi? Non so: conoscenti, amiche di bicicletta, due persone simpatiche che si fanno solo compagnia di tanto in tanto? Due potenziali amiche vere? Ma, in questo caso, cosa mancherebbe ancora perché la nostra amicizia spicchi il volo? Qual è la tua opinione? Dimmi, dimmi.

– Intanto dovresti cercare di uscire un po’ di più. Sei tutta casa e lavoro. Poi, se son rose fioriranno.

– Usciresti una sera insieme a me?

– Perché no?

Finalmente. Un’amica. Un’amica che si rende libera per me. Starò sognando, mi sono data un pizzicotto, sembrava doloroso. Ma non ne sono sicura, ultimamente non sono certa di sapermi districare tra il sogno e la realtà. Ad ogni modo io ci ho creduto. Al sogno.

– Tesoro, sono tornato, ancora blateri?

– Magnifica french.

– Dici? Sssì… E tu, quanto ti curerai un po’ le unghie?

– Demone, le mie sono mani che lavorano.

– Ah già: tu sei una donna forte.

– Cazzo, ancora questa storia! Ti tiro una scarpa se non te ne vai subito.

– Ma certo cara, vado, tra cinque minuti ho lo shiatsu.

Che disastro, io mi maledico/

Ho scelto te, un demone, per amico

– Ti ho sentita.

– Corri, sennò ti passa avanti il cliente successivo.

Il fatto che Sara abbia abbandonato le sue riserve e deciso di unirsi alla banda sempre più numerosa dei ciclisti di città, e quindi possiamo dire a ragion veduta che, oltre alla simpatia reciproca, abbiamo qualcosa in comune, sta comportando un aumento delle nostre occasioni di incontro. E l’amicizia, dicono, come l’amore, si nutre di vicinanza, anche fisica. Ieri, ad esempio, dopo cena ci siamo incontrate di nuovo. Anche se, va detto, stavolta siamo arrivate in macchina dai poli opposti della città. Ma il secondo giorno di agosto era una data propizia alla facilità di parcheggio.

Il locale era poco affollato, soltanto che, in un angolo, avevano piazzato un enorme maxischermo dal quale non abbiamo potuto fare a meno di seguire la Vezzali nella conquista dell’oro per l’Italia.

– Due birre rosse, grazie. Scusa Sara, non sento niente, che cos’hai detto prima?

– Ho detto,- ha scandito pazientemente Sara con un uso magistrale del labiale, – che lo ha postato un mio amico, su Facebook.

– ah, un amico-su-Facebook. Ecco la base che mi manca, il social network.

– Ma che hai capito? Noi siamo amici veramente. È il fratello di un mio ex. Ci sono i nostri commenti sotto l’articolo.

– Li ho letti tutti, i commenti, e sono impietosi.

– Invece io ho scoperto con dolore che c’è molta gente che la pensa come Pascale.

Con dolore…, ma dai.

– Vedi, mi infastidisce perché a questo punto mi chiedo cosa dovrei farne di tutti i miei amici maschi, verso i quali non ho mai nutrito interesse sentimentale e/o sessuale. Davvero, che ne faccio? Smetto di considerarli amici? Ci provo anche se non mi piacciono?

– Sarà, ma invece io sono rimasta colpita da come, per l’ennesima volta, si sia consegnato con tanta tranquillità al linciaggio della folla.

– Però se fai una domanda cerca almeno di seguirne la risposta.

– Giusto. Sono tutta orecchi.

– Comunque:  tu ci credi o no?

– Non ci ho pensato mai. Vediamo. Ho un amico gay, ho un amico marito (quindi la componente sessuale è annullata), poi… A dire il vero nei confronti di altri uomini io avverto sempre uno strisciante senso di pericolo.

– Ah beh,  allora in realtà confermi la teoria di Appì.

Appì? … Assì. No,  è solo la mia esperienza di vita, ma non pretendo assolutamente di prenderla a modello universale.

– Ma infatti lui dice: “Io non ci credo”

– Lui dice: faccio fatica a credere a una tipologia di storie che sempre più spesso ascolto, e dice pure Ah, come vorrei capire, e mannaggia non ce la posso fare.

– Capperi, tutto mandato a memoria?

– Ma no, sto improvvisando, di sicuro non ricordo bene. Comunque, tutta ’sta polemica… Basterebbe avvertire chi legge con un alert, del tipo: “Attenzione: in questo testo  sono presenti opinioni del narratore organizzate in funzione  delle teorie e regole precedentemente esposte in diversi documenti pubblicati negli anni dallo stesso autore, e ai quali si rimanda per ulteriori approfondimenti“.

– Mah, senti. A me pare che dica cose banalotte e che l’esempio che porta non sia calzante. Per esempio: se la tizia dell’esempio la pensasse come il tizio, cioè volesse solo ’n’amicizia, allora non sarebbe più così possibile, giusto? E perché una cosa del genere non dovrebbe poter capitare?

– Io, ti ripeto, ho difficoltà a restare da sola con un uomo in qualche ambiente isolato ma, sai, tredici anni ho iniziato a dovermi difendere dai compagni di classe che mi volevano toccare le tette per vedere se erano vere. Ho avuto questo imprinting. Sul caso specifico posso solo commentare -tanto commenta chiunque- che so per certo che esiste una tipologia di uomo, anche molto diffusa, denominata “Servi della Gleba”, alla quale probabilmente appartiene il protagonista del racconto di Pascale, che davanti a una strada tutta spianata e in discesa nemmeno gli s…

– S…

– S… si… capisci?

– S-sì… no. S… servi de che?

– Hai dieci anni meno di me, mi rendo conto. Però io sono al passo, sai? Vedi, ti invio subito subito un video. Che dico un video, due video, guarda qui, ciò lo smartfono, vedi, li trovo su Youtube, ecco. Te l’ho inviati.

1) Elio e le Storie Tese – Servi della gleba

2) link

– Grazie, magari dopo me li guardo (che matusa).

– Le introduzioni, soprattutto, ti raccomando, e poi quella parte dove Elio dice “L’ho convinta a ritornare con lui” Ah! Ah! Ah! Divertentissimo.

– Ecco, magari dopo, sì.

 Una breve interruzione perché ci avevano portato le birre. Anche ieri sera la mia sembrava acqua fresca. E poi siamo ripartite:

– Senti, ma veniamo all’esempio di Pascale, …

– Non è calzante.

– Se, per assurdo, conosci un tizio a una festa, vai a casa sua pensando che farà solo l’amico?

– Ma dai, uno che t’invita a casa la sera stessa che ti conosce è proprio difficile che voglia parlare di libri! Mai incontrati tizi così. Magari la tizia si è fatta dei film. Che amicizia è se non c’è chiarezza? Ci vorrebbe anche la versione di lui, ma non c’è…

–  Certo! Ecco perché! Gliel’ha raccontata una donna che ha dato la sua versione edulcorata ma si è dimenticata di  parlare dei dettagli: dei suoi denti storti, dell’alito puzzolente, o altri “difettucci”.

– Ah!Ah!Ah! Può essere.

– Oppure, del fatto che lei (nota: trentenne) entro i primi cinque minuti gli ha parlato del suo desiderio di famiglia (che far accettare questo a un uomo è un arte raffinata: richiede dedizione, perseveranza e tempo).

– O magari lui è gay e non glielo ha detto perché aveva dato per scontato che la gallina se ne fosse accorta da sé.

– Bah, in quel caso lei è davvero una gallina. E comunque tu, Saretta, ci credi?

– Te l’ho già detto: Sì che ci credo.

– Allora, fammi degli esempi tuoi, concreti.

– Da circa sette mesi ho un’amicizia molto stretta con un uomo. Con lui nessun problema, e poi è fidanzato da anni. Ma siamo solo amici, anche se è vero che non lo prendo in considerazione come uomo, anche perché è l’ex fidanzato di una mia amica molto stretta, e per me gli ex delle amiche sono asessuati.

– E in che termini siete amici? Vi vedete? Dove? Come? Diamo una speranza a Pascale.

– Ci vediamo, in gruppo o da soli.

– Di cosa parlate?

– Ci confidiamo le nostre cose, parliamo di tutto. Quando mi sono lasciata con il mio ultimo fidanzato lui mi ha aiutato tanto.

– Quindi parlate di cose tipo amore.

– Parliamo “anche” d’amore e persino di SESSO! Scandalo!

– Ma: sport, letture, bricolage? Cose in comune di cui parleresti con un’amica donna?

– Lui va in bici, tanto per cambiare.

– Scusa se te lo domando, Sara, ma tu hai amiche donne (io pochissime, non arrivano nemmeno a due, ma tante simpatiche conoscenti)?

– Sì, ho delle amiche donne. E anche altri amici uomini ma o sono gay o abbiamo avuto storie o storielle in passato, quindi non te li porto come esempi. E anche se poi con X. c’è stata una cosetta quattro anni fa, poi più nulla, perché la nostra amicizia dovrebbe essere considerata da meno?

Non so che pensare, la serata si è conclusa così. Non ci siamo mosse dalle nostre posizioni. Anzi, io sono tornata a casa rafforzata nell’idea che l’amicizia (non la semplice frequentazione da conoscenti), sia una variante dell’amore. L’amore privato dell’aspetto sessuale. E che qui stia la radice del problema del genere.

Stamane ne ho parlato con i miei colleghi. Per la cronaca: tutti della mia idea, eh. E quando ho fatto per tornarmene alla scrivania, uno di loro che conosco da dieci anni, molto carino, simpatico, sposato nonché padre, mi ha fatto:

– Allora, io e te non siamo amici?

– A questo punto direi di no.- Gli ho risposto ridendo.

– Meglio così, non credi?

– Meglio? –, Sono caduta dalle nuvole, – Meglio perché?

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PS.

Chiedo scusa se ho urtato la suscettibilità di persone molto salde nelle proprie convinzioni ma, al tre di agosto, col caldo che c’è, per me l’argomento si riduce più o meno a una mera questione di chimica. Se ne riparlerà in autunno. Forse.

Rod Stewart – Da ya think I’m sexy

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(Grazie a Sara, che dietro lo pseudonimo esiste per davvero ;-))

*) Antonio Pascale: Ritorno alla città distratta – Ed. Einaudi – Stile libero, 2009

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Finestrelle

10 giugno 2012

La notte tra venerdì e sabato di solito è quella nella quale dormo meglio. Acquista peso tutta la stanchezza che sono riuscita a non sentire nella settimana e mi trascina giù. Se ho la fortuna di non avere grossi impegni, cerco di mettermi a letto presto. Non si sa mai. Lo scorso inverno dovevo fare in fretta: tra le due e le quattro Morfeo aveva preso l’abitudine di darmi una pedata e di scaraventarmi ad occhi spalancati dentro al buio, poi erano guai. Notte dopo notte diventavo sempre più l’altra me stessa, quella che mal sopporta le convenzioni, i compromessi, gli abusi, le falsità, prima di tutto commesse in prima persona. Mesi duri, di rimessa in discussione di ogni cosa ma mai un inverno è passato così in fretta, a furia di riempire il tempo diurno di impegni che mi tenessero in piedi e a all’erta. Finché non è passata, così com’era giunta, sarà stato il ritorno del bel tempo, non ne ho idea. Qualcosa mi è rimasto, ora non voglio perderlo, si tratta di qualcosa che mi riavvicina al nucleo originario. Qualcosa di incondizionatamente mio.

Oggi che dormo meglio l’unica cosa che possa rovinarmi il sonno sono quegli incubi spaventosi nei quali mi guardo allo specchio e scopro di avere tutti i capelli bianchi o di vederli cadere a ciuffi, o di aver perso i denti. A pensarci bene, l’incubo dei denti è proprio il peggiore. Quando lo faccio, mi risveglio improvvisamente col cuore in gola tutta spaventata e prima mi devo convincere che non era vero niente, poi fatico e non riprendo sonno per un bel pezzo perché temo di ricadere nel sogno precedente.

Sabato scorso, dopo il risveglio, ho sfogliato D (il settimanale “femminile” di Repubblica che leggono pure tanti maschietti, che offre tanti spunti di conversazione, eccetera), da poche settimane sono tornata a sopportarlo. E mi sono illuminata, c’era una bellissima intervista a Toni Morrison, della quale lessi Amatissima ai tempi in cui la scrisse. L’ho pure ritagliata, l’intervista. Ci sono scrittori che danno tanto dentro ai libri ma neanche le interviste scherzano. Quando la gente è autentica sa quello che deve dire senza tentennare. E se quello che dice coincide proprio con quello che subodoro possa essere il mio stesso pensiero se solo decidessi di fermarmi a organizzarlo, allora sono felice. Ritaglio quei fogli di giornale e li metto da parte, anche dopo anni possono tornarmi utili, in un dialogo senza tempo tra quella che ero, quella che sono e il mentore che ho scelto. Faccio lo stesso con le interviste on-line, oh se mi piacciono. Ci sono persone che aggiungono tasselli nuovi di volta in volta e io che riconosco un pensiero che si arricchisce di nuove sfumature, me le riguardo tante volte, spesso le trascrivo e mi tornano in mente magari sull’autobus, guardando fuori dal finestrino. Mi sento così bene, così vicina a quella persona, che vorrei averla sul sedile accanto e abbracciarla forte per il resto del viaggio per ringraziarla.

Per cui va bene pure D, che però mi crea problemi. Quali? Che mi ricorda di essere stata cresciuta con poca convinzione d’essere una “femmina”. Tanto per dire, non m’intendo di moda. Proprio non mi piace. Al massimo decido con dodici mesi di ritardo sui rotocalchi che dopo dieci anni la zampa d’elefante può tornare nel soppalco e rimetto i jeans attillati come negli anni ottanta. Quindi quelle copertine, per dirne una, il più delle volte mi fanno francamente orrore. Molti di quei servizi sono talmente pretestuosi (e così lontani dal mio mondo, temo che sia anche un fattore geografico a distanziarmene, ma non vorrei apparire regionalista in senso retrivo proprio di questi tempi). Non tutti, nel mucchio di trovate ad effetto nel quale immagino arrovellarsi per una settimana la redazione, a volte c’è davvero l’idea buona. Va meglio con le rubriche, tolto l’oroscopo che mi dicono sia interessante anche se non ci credi, giudizio del quale mi fido ma non mi va di perderci tempo. Allora, rimessi su i jeans stretti noto, grazie a D, che tornano i sopracciglioni, i colori sgargianti (noi ragazze di allora li chiamavamo fluò) e le bombolette spray per verniciare cose che non siano solo muri (già, io ci ho fatto tante magliette e manifesti da attaccare ai muri durante le feste).

Era grosso modo il periodo in cui Verdone si cuciva addosso un goffo personaggio che, con la scusa dei tempi che correvano, faceva capitolare la minorenne Natasha Hovey in una scena, per fortuna almeno al buio, nella quale consumavano un amplessetto di quelli che manco te ne accorgi, che se Natasha l’avesse girata appena qualche anno dopo, ne avrebbe riso con le amiche citando Guzzanti (figlio): “Piaciuto?”

Carla Signoris e Corrado Guzzanti – Ti è piaciuto?

Intanto dalla poltrona in salotto leggevo in prima pagina “Appena dodici anni e già fa girare la testa a tutti”. L’inadeguatezza serpeggiava accanto a me, che ero più o meno quindicenne. Evidentemente il mio momento era già passato (!), eppure come si buttavano a pesce quegli uomini più grandi, spesso anche fidanzatissimi o già sposati. Sono cresciuta stando sulla difensiva, “cioncando” mani, come si dice a Roma. Non potevo mai abbassare la guardia ma invece di inorgoglirmi a volte mi deprimevo. Mi sentivo lontana, nonostante le prove contrarie, dai requisiti richiesti alla bellezza (e avere la bellezza voleva dire avere diritto all’amore altrui, sempre secondo i dettami degli anni ottanta), sempre più distanti, come quello dell’età minore.

Poi la società formulò qualche ripensamento, di recente anche sulla magrezza estrema in passerella. Bene, benissimo. A me non importava più direttamente ma ne provai sollievo. Quando, qualche mese fa, ho intravisto, esattamente nel taglio basso di una prima pagina come quell’altro, un titolo malizioso sulle doti seduttive di un’altra modella di circa dodici anni, le braccia mi sono cadute a terra. Mi sono detta: Che umanità noiosa, nemmeno sa rinnovare i suoi cliché.

E ieri mattina invece, che sorpresa! L’ultima frontiera è l’outing del giovane omosessuale. Se non lo faccio io perché non sono giovane o non sono omosessuale, dev’essere mio figlio a farlo, meglio se ancora imberbe, purché di me si parli, che sono di vedute tanto aperte. Ohé! Mi sono messa le mani tra i capelli. Certo che, a ripensarci, l’orientamento sessuale tutto sommato ti pare di averlo riconosciuto subito. Del servizio su D di ieri la prima parte era encomiabile, tutte quelle foto di bimbi che da adulti, diversi anni dopo gli scatti, potevano affermare (in prima persona, eh): Già lo sapevo. Quelle testimonianze rinsaldano ancor più l’idea che le persone siano persone. E basta, chi se ne frega di chi si portano a letto. Però poi giro pagina e leggo che era solo l’antipasto. Che la notizia vera è quella dei blogger, marito e moglie che sbandierano il figlioletto, di appena sette anni, che va in giro a dire che si sente gay, e che bravi sono loro che lo accettano.

Io ho la presunzione di capirli bene, i bambini, prima di tutto perché ho conservato molti e precisi ricordi della mia infanzia e poi perché sono anni ormai che ci convivo e ho potuto rinverdire e anche arricchire tutte le mie conoscenze. E mi pare che l’articolo soffi sul fuoco di una tendenza pericolosa. Quella all’attribuzione precoce di un orientamento che non sarà chiaro ai diretti interessati se non una volta terminati gli anni dell’adolescenza. Lo stesso problema si pone per le bambine ricoperte di fiocchi e di profumi, ed i maschietti cresciuti nel mito del calciatore. Come sopporteranno il senso di sconfitta se si scopriranno gay in età adulta?

Io non lo avrei fatto, non avrei creato la notizia. Non aggiungono nulla al dibattito sull’outing le parole di un bambino. Credo che gli adulti debbano creare per i più piccoli il terreno per sperimentare in serenità il proprio modo di affrontare la vita, eventualmente anche rendendo loro possibili i ripensamenti. Immagino quella persona, che oggi ha sette anni, presentarsi dai genitori, mettiamo tra altri sette e dire:

– Mamma, papà, vi devo parlare.

– Se è per la paghetta settimanale ti ricordo che l’ultimo aumento l’hai avuto appena un mese fa.

– Non è per la paghetta. Devo dirvi qualcosa di importante. Qualcosa che riguarda me.

– Oh! Oh! Cara, hai sentito?

– …Ssssì! Evvai! Tesoro, sai che siamo sempre con te in tutto e per tutto, sei nostro figlio e quindi…

– Certo, certo, lo leggo anch’io quel blog nel quale parlate di me da quando sono nato e che é seguito da mezza America. Quindi volevo dirvi che…

– Aspetta! Oh, caro, passami il fazzoletto. È giunta L’Ora.

– Piccola, teniamoci per mano, non so se il mio vecchio cuore reggerà l’emozione. Dicci Junior, dicci pure.

– Mamma, papà…

– Figlio, prima di continuare, vogliamo che tu sappia che, come abbiamo già detto in passato alle maestre delle elementari, alle psicologhe, ai commentatori del blog, ai giornalisti, al gruppo di sostegno delle madri di bambini gay, poi ai tuoi professori delle superiori, all’allenatore deluso della squadra di rugby e anche a quello entusiasta di danza classica, a Fiona la bambina della porta accanto che ti voleva baciare in bocca al tuo compleanno dei dieci anni, a Clark che ti scrive poesie da quando abbiamo parlato con sua mamma e che aspetta questo giorno come lo aspettiamo noi da ormai sette lunghi anni, … Dov’ero rimasta, caro?

– Continuo io, sei evidentemente troppo emozionata. Vedi, Junior, quello che tua madre ed io vorremmo dirti é che noi… Sob! Ti ameremo sempre per quello che sei! Ihihihh, uhuhuhh,….

– Dio, come parli bene!

– Sai che in privato puoi chiamarmi Dave, tesoro, non te lo scordare.

E qui mi fermo, per rispetto di Junior, che ha ancora soltanto sette anni e che ancora non ha scoperto veramente niente della sua sessualità.

In seconda elementare, avevo sei anni, c’era un bambino tutto stortignaccolo, uno scrocchiazeppi coi capelli a ciocche arruffate ficcate dentro gli occhi e le mani tutte zozze, si chiamava Marcellino. Un giorno aveva detto qualcosa alla maestra e lei si era rivolta a noi, seduti ai banchi: “Se avete qualche dente che dondola, Marcellino ve lo tira via. Chi vuole provare?” “Io, io, io!” Avevano alzato le mani quasi tutti. A sei, sette anni la bocca pare un’altalena e ci vuole un po’ di coraggio a tirarsene via uno da soli. Tormentarlo con la lingua dà una certa soddisfazione ma quando cade, bé, poi arriva il topolino. Meglio toglierselo, allora, questo dente.

Anche io dissi “Io, io!”  e Marcellino si avvicinò a me, terzo banco della fila a destra della cattedra, me lo ricordo ancora. Si avvicinò a me, io aprii la bocca con fiducia e lo lasciai ispezionare la cavità orale. Fremevo dall’emozione di quel contatto, sentivo il suo alito sulle guance, lui fece “tic” e sorridendo mi consegnò il dentino. Io gli sorrisi di rimando con la nuova finestratura in mostra, tutta sanguinante. Oggi so che gli fui grata, come lo sono a quegli scrittori che mi mettono le loro parole nel cervello e ne cavano fuori i pensieri che ancora non avevo organizzato. Forse è stata quell’operazione maieutica in classe a decidere il mio primo orientamento sessuale, o forse no. Di sicuro Marcellino è stato il mio primo amore.

 

 


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